lunedì 3 agosto 2026
L’opera di Ascanio Celestini su Pier Paolo Pasolini
Esistono personaggi che la storia trasforma in statue di bronzo, inghiottiti da un’iconografia rassicurante che ne smussa le spigolosità per renderli innocui. Poi c’è Pier Paolo Pasolini. Ascanio Celestini, maestro del teatro di narrazione, si rifiuta di celebrare un monumento funerario: nel suo saggio-racconto Pasolini. Una vita, anzi due (Laterza), sceglie la via più rischiosa, urticante e necessaria ˗ quella del corpo a corpo con la memoria.
Ne nasce una narrazione appassionata, documentata e profondamente umana, che parte dall’intuizione dello spettacolo al Museo Pasolini e la trasforma in un dispositivo narrativo illuminante. Celestini ci invita a compiere un viaggio privo di filtri, lontano dai rituali di comodo, per restituirci il poeta nella sua carnale, scandalosa verità.
COSA RICOSTRUISCE CELESTINI: LE “DUE VITE” E L’ITALIA IN FRANTUMI
Per capire la portata di quest’opera bisogna muovere dall’intuizione che dà il titolo al volume: Pasolini ha vissuto due vite. La prima vita è quella dell’intellettuale in carne e ossa: il poeta di Casarsa, il regista che scandalizza la borghesia, l’articolista del Corriere della Sera, l’uomo carnefice e vittima delle sue stesse contraddizioni. La seconda vita è quella iniziata all’alba del 2 novembre 1975 sull’idroscalo di Ostia. Una vita fatta di mitologizzazioni, appropriazioni indebite, citazioni estrapolate dal contesto ed esibite da ogni schieramento politico.
Celestini ricostruisce il perimetro di questa prima esistenza prendendo a prestito una frase celebre del regista Vincenzo Cerami: “Se si prende l’intera opera di Pasolini dalla prima poesia infantile scritta a sette anni nel 1929 fino all’ultimo fotogramma di Salò si ottiene l’esatto disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta”.
Ascanio Celestini monta questo mosaico pezzo per pezzo, alternando oggetti simbolici e frammenti di cronaca:
1929: Mussolini firma i Patti Lateranensi, Gramsci comincia a scrivere i Quaderni dal carcere e un bambino di sette anni scrive la sua prima poesia sulle parole “rosignolo” e “verzura”.
1964: l’Italia del boom economico mostra già le prime crepe strutturali, le trame oscure del Piano Solo minacciano la democrazia e Pasolini gira Il Vangelo secondo Matteo, attingendo al sacro per parlare al presente.
1968 e la battaglia di Valle Giulia: lo scontro a fuoco tra gli studenti borghesi e i poliziotti proletari, dove Pasolini provoca con versi rimasti celebri (“io simpatizzavo coi poliziotti”), smascherando l’ipocrisia di una rivoluzione di classe fatta dai figli dei ricchi.
Perché questo testo è un contributo fondamentale alla memoria dell’intellettuale massacrato a Ostia? Perché libera Pasolini dal luogo comune dell’enigma insoluto. La tentazione della storiografia italiana è sempre stata quella di schiacciare il profilo di Pasolini sull’ultimo atto della sua vita: la notte tragica di Ostia, il delitto della tenuta di Idroscalo, le piste dei servizi segreti e del delitto di estorsione.
Celestini fa un’operazione opposta: non nega la gravità del massacro, ma ci ricorda che Pasolini non è morto quella notte; è stato ucciso perché era vivo.Invece di ridurlo a un fascicolo giudiziario o a una vittima sacrificale, Celestini ricostruisce il legame indissolubile tra le sue parole e il tessuto economico, sociale e culturale del Paese.
La memoria storica non si nutre della morbosa ricostruzione della morte, ma della comprensione ostinata della sua vita.
IL POETA DEL FUTURO: LA PROFEZIA DELLA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA
Il valore profetico di Pier Paolo Pasolini non risiede in doti divinatorie, ma nella sua straordinaria, spietata capacità di osservare la realtà. Pasolini ha visto prima di chiunque altro ciò che l’Italia stava diventando. “Non c’è più differenza tra un giovane fascista e un giovane antifascista: sono tutti omologati dallo stesso modello di consumo”. Pasolini aveva intuito che il vero fascismo non si sarebbe ripresentato con le camicie nere o le adunate di piazza, ma sotto forma di un omologante consumismo capace di distruggere le culture contadine, i dialetti, la biodiversità umana delle periferie. Celestini dimostra come Pasolini avesse raccontato in anticipo.
La perdita dell’identità popolare: il passaggio dalle borgate ˗ luoghi di povertà ma anche di feroce vitalità morale ˗ alle sterminate periferie della merce.
L’egemonia della televisione e dei media: capace di dettare i desideri, il modo di vestire, persino il modo di camminare e parlare di un popolo.
La mutazione antropologica: un processo per cui i cittadini smettono di essere tali e diventano puramente consumatori.
Leggere oggi quello che Pasolini scriveva cinquant’anni fa provoca una sensazione quasi vertiginosa: l’Italia di oggi ˗ distratta, ipnotizzata dagli schermi, impoverita culturalmente e incapace di indignarsi ˗ è esattamente il paese da lui descritto negli scritti corsari e nelle lettere luterane.
PERCHÉ È UN LIBRO DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE
Pasolini. Una vita, anzi due non è una pedante biografia accademica. È un libro che si ascolta mentre lo si legge, grazie al ritmo inconfondibile della prosa di Celestini, fatto di ripetizioni poetiche, squarci d’ironia, accumuli di fatti ed emozione pura.
Insegna a rifiutare la comodità del pensiero unico. Pasolini è stato l’uomo che ha scandalizzato i conservatori per le sue scelte di vita ed è stato cacciato dal Pci per la sua omosessualità. Ha costretto la sinistra a guardare le proprie ipocrisie e la destra a misurarsi con il sacro.
Ci restituisce il valore del dubbio: in un’epoca dominata da risposte brevi e schieramenti da stadio, il metodo pasoliniano insegnato da Celestini è un elogio della complessità. Fa male nei punti giusti: non consola, non assolve. Ci interroga direttamente su quanta parte di quella mutazione antropologica abbiamo accettato nelle nostre vite quotidiane.
Il viaggio di Celestini è inedito perché scardina la classica forma biografica per adottare una struttura emotiva ed espositiva. È come se Celestini prendesse per mano il lettore e lo accompagnasse tra le sale di un museo ideale, in una teca c’è la prima poesia, in un’altra il fango delle borgate romane, in un’altra ancora la tuta da meccanico di Pino Pelosi, il pallone di cuoio con cui Pasolini amava giocare nei campi sterrati e l’inconfondibile rumore delle rotative dei giornali.
Ascanio Celestini non fa il critico letterario, né il magistrato. Fa il narratore-testimone. Con la sua voce appassionata, ci dimostra che Pier Paolo Pasolini non appartiene al passato. Fa ancora parte del nostro presente; è una scheggia conficcata nella nostra coscienza che continua a chiederci da che parte abbiamo scelto di stare.
(*) Pasolini. Una vita, anzi due di Ascanio Celestini, edizioni Laterza, pagine 224, euro 17,10
di Alessandro Cucciolla