giovedì 16 luglio 2026
Abel Ferrara ha annunciato a Bari il titolo del venticinquesimo film. Il regista newyorkese, premiato all’Ischia Global Festival nel nome di Luchino Visconti, ha rivelato che girerà da ottobre “una gangster story con Riccardo Scamarcio”, un attore già diretto in Go Go Tales (2007) e Pasolini (2014). Il cineasta di culto, che ha firmato capolavori come Il cattivo tenente (Bad Lieutenant) del 1992 e Fratelli (The Funeral) del 1996, il 19 luglio festeggerà i 75 anni. Al centro del progetto, di cui si parla da un paio d’anni, l’ascesa e la caduta di una novella Fedra tra potere violenza e vendetta. Abel Ferrara è apparso quest’anno sul grande schermo in Marty Supreme di Josh Safdie, dove interpreta un irresistibile malfattore. “Grazie per i complimenti. Non sono un vero e proprio attore, o almeno non mi considero tale. La mia professione è quella del regista, ma è stata una bella opportunità recitare con Timothée Chalamet. Un’esperienza che ripeterei? Dipende sempre dalla situazione. Così come sono stato felice di suonare la chitarra insieme ai Tre allegri ragazzi morti alla Milanesiana, occasione che ho avuto grazie ad Elisabetta Sgarbi. Ho pubblicato il mio libro Scene con La Nave di Teseo. Essere un regista è un dono che si allarga e genera anche altre azioni artistiche. Tra queste tengo molto alla poesia e alla mia collaborazione con Gabriele Tinti”.
Ferrara ha girato in Ucraina l’appassionato documentario Turn in the Wound. “Ci sono andato quando la guerra era iniziata da poco: volevo andare sul campo per vedere quello che realmente accadeva, capire chi sta favorendo il conflitto, ma soprattutto parlare con le persone, condividere questo racconto con il mondo. Ho avuto la possibilità di intervistare anche Volodymyr Zelensky. La guerra è l’inferno in terra, ed ormai è dappertutto, è un incubo: stiamo vivendo in un’era di mostri, non si trova uno sbocco e sembra davvero di essere tutti vittime di un piccolo gruppo di maniaci. Il nostro presidente lo definirei un Caligola moderno, uno Stalin contemporaneo. Ma a qualcuno piace ed è stato eletto liberamente, per due volte. Questa è la realtà oggi. Credo che i ricchi e potenti si spingano sempre oltre i limiti”. Note pessimistiche che non intaccano l’entusiasmo nei tanti progetti di un artista dal linguaggio sempre contro e provocatorio, anche nella sua seconda vita.
“Cosa può fare l’arte in questo scenario? Intanto è sempre un atto rivoluzionario, in qualsiasi forma: libri, film, musica ci permettono di condividere e divulgare quello che sta succedendo e questo ha il suo effetto. Un’attività creativa è l’unica arma che abbiamo”. Il regista non è spaventato dall’Intelligenza artificiale. “Intanto non abbiamo neppure idea di quello che diventerà, ma al di là delle opinioni che si possono avere, il nostro mondo oggi è questo. Il cinema? Noto che in Italia non c’è più sostegno al sistema produttivo”. Ogni ritorno in Campania è un ritorno a casa, con Ischia Global Festival e il produttore Pascal Vicedomini c’è un rapporto consolidato. “Mi sento napoletano anche se vivo a Roma, sono di cultura napoletana. La mia famiglia era originaria di Sarno, in provincia di Salerno. Sono cresciuto tra i napoletani del Bronx – ricorda ripercorrendo una autobiografia che è divenuta anche libro – genitori e zii anche se nati in New York hanno imparato la lingua andando a scuola, perché a casa si parlava solo un dialetto antico. A ripensarci è pazzesco”.
di Eugenio De Bartolis