Cosa tradiscono le parole su Murgia

martedì 30 giugno 2026


Mettiamo pure che coloro che hanno riferito le espressioni di Michele Mari, candidato a vincere il Premio Strega, abbiano ragione. Diamo dunque per assodato – anche se non pienamente provato – che Mari abbia affermato che Michela Murgia fosse così aggressiva ed estremista perché, sapendo di essere poco attraente, in tal modo reagiva. Se questo è vero, allora ne derivano tre brevi considerazioni. La prima. Quelle affermazioni – sempre che siano vere – si lasciano cogliere come l’esempio emblematico di un pensiero meschino e crepuscolare, sia perché sono riferite a una persona scomparsa da alcuni anni, sia perché si trattava comunque di una scrittrice. Delle persone decedute – dicevano una volta gli avi della famiglia – è buona educazione non parlare e, se proprio occorre parlarne, è corretto dirne bene, tenendo per se le eventuali critiche o censure. Criticare una persona scomparsa (a meno che non si tratti, ovviamente, di Napoleone o di Annibale) non solo è di pessimo gusto, ma suona anche sleale, per la semplice ragione che costui – qui, costei – non potrà reagire o interloquire in alcun modo: è, per dir così, un gioco impari, tutto sbilanciato a favore di chi ancora abiti questo pianeta. Inoltre, la Murgia – del cui pensiero non condivido quasi nulla – è pur sempre una scrittrice e, in quanto tale, meritevole di ogni considerazione, senza che se ne possa liquidare l’immagine e il ricordo in modo così sbrigativo e intrinsecamente offensivo, circoscrivendone l’effetto a partire da un frettoloso (ed errato) giudizio estetico. Ho ribadito che la Murgia è una scrittrice – e non che lo era – parchè, dandosi il caso che gli scrittori parlano del mondo e col mondo attraverso i loro libri, ciò che essa ha scritto rimane e rimarrà presente per molto tempo, ben oltre la sua morte.

La seconda considerazione. Appurata perciò la deplorevole meschinità di quelle affermazioni, bisogna guardarsi dal rischio di sovrapporre al giudizio di carattere morale quello di taglio giuridico, facendone derivare effetti di tipo sanzionatorio nei confronti di Michele Mari. In altri termini, le affermazioni di Mari, per quanto deplorevoli e meschine, sono state rilasciate in un contesto privato, mentre si trovava insieme ad altri finalisti del Premio Strega su un veicolo che doveva condurli a una serata di presentazione dei libri. Mari non ha parlato in pubblico o in televisione, non ha rilasciato interviste, non ha scritto un articolo su qualche giornale: ha detto le cose che ha detto a chi pensava le avrebbe trattenute “in interiore” per sé e non certo allo scopo di renderle di pubblico dominio. Se per caso – ma il pericolo sembra ormai scongiurato – Mari dovesse subirne sanzioni di carattere giuridico (come per esempio l’esclusione dal concorso), a essere celebrato sarebbe lo spodestamento dello Stato di diritto, perché ad esser criminalizzato sarebbe il suo pensiero e non un suo comportamento, come accade negli Stati totalitari di qualunque colore. Nello Stato di diritto, infatti, nessun pensiero, per quanto errato, meschino o deplorevole, potrà mai porsi quale fonte di responsabilità giuridica: il diritto penale persegue gli atti e i fatti e non le opinioni o i pensieri, anche se censurabili e oggettivamente insostenibili.

Terza considerazione. Fermo restando quanto sopra, a essere chiamata in causa pesantemente dalla vicenda in esame è invece l’identità stessa di Mari. Infatti, non pare concepibile che uno scrittore – davvero confermato nella sua identità – possa partorire pensieri di tal fatta, vale a dire gravati non solo da meschinità, ma anche da inenarrabile povertà concettuale. Da questo punto di vista, può forse dirsi che Mari ha dato – senza volerlo e neppure capirlo – testimonianza di una grave mancanza, quella della sua stessa identità di scrittore. Se egli fosse davvero lo scrittore che si dice sia, allora il suo pensiero veleggerebbe verso i luoghi più nobili dello spirito, senza mai decadere verso mete mortificanti come quelle sopra criticate, che per lui resterebbero sconosciute e addirittura incomprensibili. Il pericolo è allora che egli appartenga al novero di quegli scrittori in modo impareggiabile stigmatizzati da Oscar Wilde quando osservava che “uno scrittore che chiami zappa la zappa, dovrebbe essere costretto a usarla”.


di Vincenzo Vitale