martedì 30 giugno 2026
Da Omero a Borges attraverso Leopardi
Vi sono immagini poetiche che sembrano attraversare i secoli e che, come certi profumi, sanno riannodare i fili più remoti della memoria. Non appartengono soltanto alla letteratura: sembrano appartenere alla coscienza stessa dell’uomo, quasi fossero archetipi celesti che incalzano ogni esistenza quando si sofferma a guardare e pensare. Ritornano nei poeti più lontani tra loro, nei secoli più diversi, nelle civiltà più estranee; e tuttavia ogni volta conservano qualcosa di una medesima vibrazione originaria.
Fra queste immagini antichissime ve n’è una che accompagna l’intera tradizione occidentale almeno dai tempi di Omero: il paragone dell’uomo con una foglia. La foglia nasce fragile, vive sospesa nell’aria e nella luce, trema al vento, cade senza rumore, ma nello stesso tempo appartiene a un ordine più grande di lei, al ritmo delle stagioni, alla continuità invisibile della vita e alla segreta permanenza del mondo. Per questo essa ha potuto rappresentare, nel corso dei millenni, la successione delle generazioni, la brevità della giovinezza, la precarietà della guerra, la dispersione della memoria, l’esilio dell’individuo moderno e infine quella malinconica vertigine del tempo che da Leopardi conduce fino a Borges.
L’origine della sua vita metaforica si trova forse nel VI libro dell’Iliade, quando Glauco, interrogato da Diomede sulla propria stirpe, risponde con le parole seguenti, che sembrano già contenere tutta la futura poesia europea: “Come la stirpe delle foglie, così è quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento le sparge a terra, altre la selva rigogliosa le genera quando torna la stagione della primavera: così una stirpe di uomini nasce, e un’altra si estingue”.
In queste parole non vi è ancora malinconia nel senso moderno. Vi è piuttosto una calma cosmica, quasi vegetale. L’uomo non occupa il centro dell’universo; appartiene al medesimo ordine delle foreste, delle stagioni, del vento. Le foglie cadono, ma il bosco continua.
È significativo che questa similitudine sorga proprio dentro il più grande poema di guerra. Omero sembra ricordare che persino gli eroi, persino Achille, persino Ettore, non sono altro che foglie illuminate per un istante dal sole della gloria e dal soffio stesso della vita.
Con Mimnermo la metafora cambia già profondamente tono. La serenità cosmica dell’epica lascia il posto alla malinconia elegiaca: “Come le foglie che nascono nella stagione fiorita della primavera, quando rapido cresce il sole, simili a esse noi per poco godiamo dei fiori della giovinezza, ignari del bene e del male per dono degli dèi. Ma nere ci stanno accanto le Chere della morte…”.
Qui la foglia non rappresenta più la continuità della stirpe umana, ma la brevità della giovinezza. La primavera non è più il simbolo impersonale del ciclo naturale: è la stagione fuggevole della felicità di ogni individuo umano.
Con Virgilio l’immagine acquista una solennità funebre e corale. Nel VI libro dell’Eneide, le anime che attendono presso l’Averno vengono descritte così: “Quam multa in silvis autumni frigore primo lapsa cadunt folia…”. Che si potrebbe tradurre come segue: “Quante foglie dopo essersi separate dai rami cadono nei boschi al primo freddo d’autunno”. Qui non si parla più solo d’individui, ma di una moltitudine, di una pioggia di anime, di una folla indistinta di esseri trascinati verso il regno dei morti.
Dante, nel III canto dell’Inferno, raccoglierà insieme Omero e Virgilio in una delle più potenti immagini della Commedia: “Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similmente il mal seme d’Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo”. Qui l’umanità intera appare come una foresta spogliata. Le anime precipitano verso il destino eterno come foglie morte trascinate dal vento.
Ma è forse con Leopardi che la metafora antica entra davvero nella modernità. Vi è infatti una poesia apparentemente minore, una traduzione giovanile da Antoine-Vincent Arnault, che contiene già in germe gran parte della poetica leopardiana. Nella traduzione di Leopardi reca il titolo Imitazione, e recita così: “Lungi dal proprio ramo, / Povera foglia frale, / Dove vai tu? - Dal faggio, / Là dov’io nacqui, mi divise il vento. / Esso, tornando, a volo / Dal bosco alla campagna, / Dalla valle mi porta alla montagna. / Seco perpetuamente / Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro. / Vo dove ogni altra cosa, / Dove naturalmente / Va la foglia di rosa, / E la foglia d’alloro”.
La foglia qui non rappresenta soltanto la mortalità umana o il succedersi delle generazioni. Essa diventa l’individuo sradicato. La foglia leopardiana non cade semplicemente: vaga. È una creatura errante, trascinata da una forza che non comprende. E dentro quel “povera foglia frale” sembra già di sentire l’eco di tutta la futura meditazione leopardiana sulla fragilità dell’uomo nell’universo. In Omero le foglie cadevano dentro un ordine naturale ancora armonico; in Leopardi esse sono già separate dal ramo originario, esiliate nel mondo. Forse proprio per questo il motivo della foglia attraversa tanta parte della poesia moderna: perché esso coincide sempre più con l’esperienza dello sradicamento.
E tuttavia la foglia conserva ancora qualcosa di misteriosamente luminoso. Lo suggerisce Juan Ramón Jiménez in alcuni versi brevissimi e quasi metafisici: “Regge la foglia secca la luce che l’incanta, / o la luce che l’incanta / la foglia?”.
La domanda è apparentemente semplice, ma allude a una dimensione eternamente sospesa, a un lieve incantato tremore, a una luce che può sostenere grazie alla propria stessa inconsistenza. Del resto su cosa si regge la nostra stessa esistenza? Sulla materia fragile della foglia o sulla luce che per un istante la attraversa e le ispira la vita? È l’uomo a custodire la bellezza oppure è la bellezza a custodire per qualche momento l’uomo?
In questi versi di Jiménez la foglia non è più soltanto immagine della precarietà: diventa luogo di una relazione misteriosa fra il tempo e la luce. È forse a questo punto che il motivo della foglia entra davvero nella sensibilità novecentesca.
Poi con Ungaretti tutta la tradizione precedente sembra concentrarsi in quattro versi assoluti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Non vi è più alcuna spiegazione filosofica o religiosa. Rimane soltanto la sospensione. L’uomo non “è” una foglia: “sta” come una foglia. Vive in un equilibrio provvisorio prima della caduta. I versi di Omero, Mimnermo, Virgilio, Dante e Leopardi sono sincreticamente ridotti all’essenziale, come se la modernità avesse consumato ogni altra consolazione, come se il suo gusto per la metafora si fosse asciugato, giungendo alla sua estrema nudità.
Con Borges, infine, il motivo della foglia sembra entrare in una dimensione ancora diversa. Accanto al probabilmente apocrifo L’albero degli amici, il componimento che porta un titolo familiare come Giardino botanico, al contrario, appartiene pienamente alla meditazione borgesiana più autentica: quella che verte sulla solitudine metafisica degli esseri, sulla distanza invisibile che divide ogni creatura dalle altre e sul misterioso desiderio di comunione che pure continua a cercare l’incontro. Nel Giardino botanico leggiamo infatti: “Remotissimi da noi, / anche se ne tocchiamo i tronchi, / gli alberi che balbettano appena resistenza / sciolgono verso l’ignoto / il loro sfolgorio di foglie cieche / che in pietosa finzione si abbracciano in alto / come piegate dalla curva celeste”.
Raramente la metafora vegetale ha raggiunto una simile intensità metafisica. Le foglie non sono più soltanto figure della caducità umana: diventano immagini di una fraternità apparente, di un contatto che forse non riesce mai veramente a colmare la distanza fra gli esseri. Gli alberi sembrano toccarsi nel cielo e tuttavia restano segretamente isolati nelle loro radici invisibili. E così gli uomini: creature che si cercano oscuramente, che credono di riconoscersi, che intrecciano parole, amori, memorie, ma che restano in fondo separate da una solitudine originaria.
Vi è nella sensibilità borgesiana la percezione che ogni esistenza sia insieme vicinissima e inaccessibile, come il sogno separato di molti dormienti sotto un unico tetto. La foglia, a questo punto, non rappresenta più soltanto la caducità della vita o il succedersi delle generazioni: essa diventa segno della solitudine radicale degli esseri. E tuttavia proprio questa lontananza sembra generare il desiderio inesauribile dell’incontro.
In Borges ricorre continuamente l’idea che l’uomo sia soltanto una figura provvisoria dentro un universo di memorie e di oblio che sembrano nutrirsi e rilanciarsi a vicenda. L’antica intuizione omerica continua a vibrare sotterraneamente nei suoi versi e nelle sue prose: gli uomini passano come passavano le foglie nell’Iliade, ma il tempo − o forse la memoria universale − continua a custodirne le ombre.
La metafora raggiunge così una forma metafisica estrema: l’individuo è fragile e transitorio, ma nulla sembra davvero perdersi del tutto, perché viene scritto e riscritto in una biblioteca di memorie che si evocano tra loro come nella danza di foglie accarezzate da uno stesso raggio di sole.
Se la metafora dell’uomo-foglia non ha mai cessato di colpire l’immaginazione dei poeti, forse è perché essa riesce a custodire insieme due verità opposte e inseparabili: la precarietà assoluta dell’individuo e la continuità misteriosa della vita. La foglia cade; ma il bosco continua a stormire, anche quando si sente, come in una famosa poesia di Goethe, appena un alito di vento.
di Gustavo Micheletti