martedì 23 giugno 2026
Il primo anno all’università, ancora a Messina, il professore di diritto – credo storia del diritto, non diritto privato – svolgeva il suo argomentare, venne a dire che quando si ascolta musica, sinfonia o una sonata, un quartetto, un trio, insomma, musica classica, bisogna udirla e riudirla. Mi impressionò l’affermazione. Una delle difficoltà nell’ascoltare la musica complicata stava nella massa non non ben compresa della molteplicità tematica. Qualche volta mi era accaduto di “vedere” con chiarezza ciò che ascoltavo, e “superai” le canzoni, senza abbandonarle. Poi, l’incontro “ufficiale”, la Sesta Sinfonia, Pastorale, di Ludwig van Beethoven, diretta da Arturo Toscanini, in disco. La meravigliosa apertura, radiosa, la conquista serena, fiduciosa del vivere, la Sinfonia più favorevole all’esistenza, non risalire dall’abisso, c’è la tempesta ma finisce rapidamente. Non vi è abisso, non gioia, la quale proviene dall’abisso, vi è fiduciosa serenità nella vita, e il Finale guarda amorevolmente l’orizzonte. Vivere, il massimo dono che riceviamo e dovremmo riconoscere come tale. Beethoven è sempre concettuale, è filosofia sonora. Al dunque, riuscii a decifrare la Sesta Sinfonia. Memorizzandola in modo che la eseguo a mio gusto. Un incontro di melomani è un pollaio di usignoli. Ma la Prima Sinfonia di Johannes Brahms mi riconfuse, e, in parte, i Quartetti opera 18, di Beethoven. In ogni modo avevo agguantato la difficoltà che moltissimi subiscono con riguardo alla musica classica: non capire, non percepire un motivetto orecchiabile, confondersi per la successione tematica.
Considerare negativamente la qualità caratteristica e verticale della musica classica: l’affluenza dei temi, esposti, variati, sviluppati, sconfinati, oltre, chiaro, dei temi in quanto tali. Un’assurdità. Ma per dipanare occorre ascoltare, riascoltare, stringere il capo del filo, seguirlo, e la notte schiarisce, ascoltando vediamo, il fascino essenziale della musica, la sequenza, la consecutività, l’armonia che diventa melodia, l’insieme che scorre e ciò che era ammassato si distingue, e i Quartetti opera 18 di Beethoven sono miei, e così limpidi da considerarmi cieco a non averli “visti” prima (dico visti, perché la musica interessa anche la vista, si vede la differenziazione minima di una ripetizione, per dire). Incredibile come l’uomo possa perdere uno dei patrimoni più grandiosi della civiltà, anche perché non è che vi è differenza tra una bella canzone è una sinfonia.
Ma anche nella musica classica, vi è una totale differenziazione tra coloro i quali hanno una spontaneità, una vena diretta di ispirazione la musica nasce come un fiume, come un fulmine, un tuono, è naturale. Sono rarissimi i musicisti di getto, e ritengo il più naturale Franz Schubert. Inesauribile, incarnazione della musica, credo che elaborasse minimamente. Trascriveva la riflessione, la volontà inesistente, tutto confezionato a priori: ci immedesima nella sua spontaneità. Non sempre una ispirazione espressiva, quando lo è immedesima al di sopra della ragione, nel regno della poesia che si lascia dietro la riflessione ma, dicevo, immerge nella partecipazione espressiva. Si può dire similmente di Wolfgang Amadeus Mozart, difficile connotarlo. Nella riuscita espressiva Mozart è al di sopra dei sentimenti e della ragione, sembra impossibile però avviene. Preciso: Don Giovanni è Don Giovanni ma anche il seduttore senza tema di colpa, l’universale e la soggettività in Mozart si uniscono. La Messa da Requiem é una messa da requiem. Ciò che suscita Mozart nella sua riuscita espressiva è assoluto. Vale dire: un’opera irraggiungibile nell’ambito della espressione, l’opera per eccellenza.
In campo concettuale lo stesso accade per Beethoven. Beethoven non ha la spontaneità di Schubert, né l’assolutezza insuperabile di Mozart, ha una capacità di elaborazione organica inconfrontabile. La sua musica è concettuale come nessuna, forse Bach lo raggiunge. Mondi dove lo scontro della sconfitta e la volontà di non soccombere si scontrano, con rarissimi momenti di serenità (la Sesta e l’Ottava di Beethoven). È musica filosofica, che anticipa Friedrich Nietzsche. La coscienza tragica della tragica vita esige il superamento con un’estrema volontà di vivere la gioia.
Vi sono musicisti discutibili, nei quali l’ispirazione si congiunge al volontarismo, non il volontarismo vitalistico di Beethoven ma il volontarismo di fare musica non sempre “ispirata”: Richard Wagner, ma anche Richard Strauss, ne sono rappresentativi. Wagner prosegue la musica, spesso, a strascico, nessuna invenzione, nessuna espressività. Poi magari sbocca in brani sbalorditivi oltretutto con una orchestrazione personalissima, variopinta, modulata di tante sonorità ravvivanti. Che fare? I tedeschi accusavano gli italiani di fare opere come accatastamento di “arie”, gli italiani accusavano i tedeschi di addormentare ore e destare minuti. Comunque, esiste anche questa musica, di zone smorte e di mirabilie espressive. Musica per tutti. Ami l’acqua di fonte che sgorga da colline serali con momenti notturni? Schubert. Vuoi la limpidezza del Sole lunare? Mozart. La notte, le tempeste, il mattino che resiste al viaggio notturno? Beethoven. Vuoi fare un lungo percorso, con qualche riposino, ma con vedute che non dimentichi? Wagner. Ma no. C’è un intero universo che suona e canta. Basta aprire la porta.
di Antonio Saccà