“Kontinental ‘25”: giurassico romeno

venerdì 19 giugno 2026


Che cosa ci fa Ion (Gabriel Spahiu), un homeless semifolle che cammina lungo un sentiero sterrato di un parco romeno a tema sul Giurassico, raccogliendo rifiuti e bestemmiando contro i turisti sporcaccioni e maleducati? Metaforicamente, è lì per ricordarci che cosa sono diventate certe società moderne, come la Romania comunitaria, giunte a un modesto grado di benessere capitalista dopo decenni di dittatura social comunista. Così, nel suo film Kontinental ‘25 (in uscita nelle sale italiane il 25 giugno), un’opera da cineteca con i suoi tempi lunghi nei dialoghi tra coppie di personaggi e per la fotografia essenziale, affidata esclusivamente all’ottica (social popolare) di uno smartphone Apple iPhone 15, il regista rumeno Radu Jude redige l’anamnesi di un Paese che ha mancato tutte le promesse del post-1991. Le ultime sequenze mute con cui si conclude il film, parlano chiarissimo: i progressi, ma soprattutto i regressi di una società-nazione si inscrivono nel futuro prossimo venturo proprio attraverso lo sfruttamento urbano del suo territorio e della (non)qualità delle sue architetture, destinate a durare decenni e secoli, come le colate di cemento che le plasmano. Perché, poi, è vero che tutto ciò dà il quadro del gusto estetico e culturale di un’intera epoca, compresa la visione (miope, ignorante e delinquenziale, in questo caso) delle sue leadership politico-economiche. Così, i piccoli centri tendono ad assomigliarsi un po’ tutti, nello squallore dei nuovi complessi edilizi periferici, tra sequenze di palazzine a schiera e palazzoni anonimi, con strade dall’asfalto perennemente dissestato e terreni smossi e fangosi, con i cantieri immersi in acquitrini e discariche di materiale edile.

Tutti figli questi ultimi della logica esclusiva della speculazione edilizia, in cui il bello non ha valore, e dove mancano del tutto servizi e spazi pubblici, negozi e piccoli commerci. Aree-dormitorio, cioè, in cui la funzione dell’abitare in termini sociali è solo un ricordo giurassico del passato, testimoniato dalle rare, bellissime architetture dei secoli precedenti. Allora, il senzatetto è lo strumento umano, vulnerabile e indifeso, con cui Jude intende parlare del politico e del sociale di questa nostra epoca, dopo che Ion si suicida, utilizzando un filo di ferro legato a un termosifone. Siglando così drammaticamente con questo gesto autolesionista il suo definitivo rifiuto, per lo sfratto che gli è stato intimato dall’ufficiale giudiziario Orsolya (Eszter Tompa) protagonista della storia, accompagnata da tre gendarmi. E tutto ciò per aver occupato un orrido scantinato divenuto il suo rifugio, in un palazzo destinato a essere demolito per far posto a un hotel a cinque stelle, il Kontinental ‘25, le cui licenze sono il risultato delle prassi corruttive di amministratori locali e imprenditori senza scrupoli, dai capitali di dubbia provenienza. Da quel gesto imprevedibile e altamente drammatico, inizia una sorta di calvario espiatorio di Orsolya, che cerca di confrontarsi e confidarsi con chiunque a suo giudizio possa darle conforto e consiglio, per attenuare in qualche modo i suoi insopprimibili sensi di colpa. Come prima misura di auto-isolamento, decide di non partire in vacanza per la Grecia con suo marito e i tre figli, iniziando una peregrinazione che la porta a incontrare superiori gerarchici e amici.

La prima di queste è Dorina (Oana Mardare), il cui ruolo nel film serve principalmente a mettere in risalto la satira sociale e l’ipocrisia della borghesia contemporanea, come accade nella scena emblematica in cui, seduta con l’amica sulla panchina, ascolta Orsolya che le elenca l’interminabile lista di associazioni umanitarie che finanzia ogni mese. Paradossalmente, invece, Dorina dichiara di sentirsi in colpa per eventi storici passati (come il “furto” della Transilvania nel 1918) e dichiara di sostenere una Ong per le famiglie Rom, dimostrando tuttavia una totale indifferenza e insofferenza pratica verso le persone reali. Una di queste riguarda un altro homeless, la cui presenza è responsabile di creare problematiche condizioni igienico-sanitarie, per i cattivi odori che emanano dai suoi escrementi in cui vive e costringere a vivere gli inquilini del palazzo di Dorina, accanto al quale il senzatetto ha trovato rifugio. Tutto il dialogo grottesco tra le due mette in evidenza il contrasto tra la beneficenza “di facciata” e la reale mancanza di empatia umana e solidarietà quotidiana, per non parlare della totale assenza delle istituzioni

che dovrebbero garantire l’assistenza sociale e un rifugio per soggetti totalmente incapienti e disturbati mentalmente.

Il secondo passaggio (alla Ken Loach, con il suo film sul mondo dei corrieri Amazon) riguarda l’incontro affettivo e colto con un suo ex allievo laureato, Fred (Adonis Tanța), che fa il rider in mancanza di un lavoro qualificato, dipingendo la sua sacca con i colori della Romania, onde evitare che i camionisti lo maltrattino come fanno con gli extracomunitari. Fred diventa per lei un bizzarro confidente, accompagnandola a bere in un bar, in cui sullo sfondo campeggia simbolicamente un manifesto del film Europa 51 di Roberto Rossellini, che ci parla di una ricca protagonista convertitasi in modo un po’ folle a buon samaritano della povera gente, dopo aver perso il figlio ragazzino morto suicida. Surreali sono i dialoghi tra allievo e maestra, costellati da lunghi monologhi di Fred ricchi di storie sgangherate, proverbi e citazioni di ispirazione buddista. Per concludere la loro giornata sconclusionata, i due sotto l’effetto dell’alcool, consumeranno di notte un rapporto sessuale in un parco pubblico male illuminato, al culmine del percorso confusionale della protagonista.

Il terzo incontro è tra Orsolya e sua madre (Annamária Biluska) che, alternando l’uso della lingua rumena a quella ungherese, suggerisce alla figlia di trasferirsi a Budapest alla ricerca di una vita più semplice. Politicamente, il loro dialogo evidenzia l’ipocrisia e le profonde divisioni storiche e identitarie che ancora persistono tra le comunità della Transilvania, divise tra rivendicazioni ungheresi e sciovinismo rumeno. L’ultimo e il più divertente anello della catena di incontri a due è con il Pope Serban (Șerban Pavlu), attraverso il quale il regista mette in scena la sua tipica ironia tagliente, evidenziando le contraddizioni, l’ipocrisia e l’inadeguatezza delle istituzioni tradizionali (come la Chiesa) di fronte ai drammi sociali della borghesia e dei marginalizzati nella società moderna. Film solo per (pazienti) intenditori.

Voto: 7,5/10


di Maurizio Bonanni