“Il Quartetto per archi numero 15 in la minore, Opera 132”: Beethoven e il nulla!

venerdì 19 giugno 2026


Si trovava al tramonto di un’esistenza infelice che gli ultimi anni resero infelicissimi. Ludwig Van Beethoven era sordo, tiranneggiato da un aiuto casalingo che resterà infamante. Beethoven componeva Il Quartetto per archi numero 15 in la minore, Opera 132. Lo ascolto eseguito dal quartetto italiano, decenni passati. L’estremo Beethoven è un altro Beethoven. Scardinato, strascicato, dissonante, distorto, quasi privo di espressione riconoscibile, “motivi”, tranne momenti. La sordità? No. La sordità esiste all’esterno. E questo sfasciume in un campo in cui eccelleva: la musica da camera. Celeberrimo nel sinfonismo: le manifestazioni strumentali da camera non sono minimamente inferiori, e le Sonate per pianoforte numero 30 in mi maggiore, Opera 109, 110, 111 credo siano l’eccellenza di tutta la sua produzione. Allora, questa orribile composizione strascicata, spezzata, non ha una continuità armonica né melodica, ammassata, distruttiva, autodistruttiva? In Beethoven coesistono l’elemento desolato, sconfortato, sconfitto, che scende nella dissoluzione e un elemento volontaristico tanto maggiore dovendo sormontare l’afflizione. Più forza perché più debole. Edificare sulle rovine e perché vi sono le rovine!

Friedrich Nietzsche che traeva filosofia dalla musica e dall’arte, giustamente, segnava che Beethoven è massimo nello sconforto, massimo nella volontà. In vero, la volontà di potenza dello stesso Nietzsche riprende Beethoven. Occorre una possente volontà per sovraneggiare il nulla. Estrema la coscienza del nulla, esacerbata la volontà di potenza reattiva! Ma nel Quartetto per archi numero 15 in la minore, Opera 132 non avviene questo “superamento”. Brani sparsi, spunti, passaggi da una situazione all’altra, cocci, mancanza di unità conseguenziale, sommo dono di Beethoven. Niente di niente, ossa senza spina dorsale, una continuità sfiduciata, a vanvera. Musica da non ascoltare con piacere anzi disturbati, comunicazione dell’incomunicabilità! Theodor W. Adorno sosteneva che la dodecafonia costituiva la ragion d’essere della perdita della comunicazione umanizzata in un mondo disumanizzato che la musica corrente illude sia ancora umanizzato. Invece non c’è armonia. Il mondo è spezzato. Deve essere ben udibile la dissonanza. L’ultimo Beethoven esprime l’incomunicabilità. Non illudersi con la musica “bella”, armoniosa, cantabile, fischiettabile, ma puntando all’oscurità, ai precipizi. Paradossalmente, è necessario ridare superiorità all’uomo la percezione ed espressione della caduta di umanità. Ma è possibile poggiare il passo sulle rovine? Vivere il marasma non è già essere sconfitti? Credo, spero che Ludwig Van Beethoven sostenga che la coscienza del nulla non fa diventare nulla. Sarà. Ma la pelle brucia! Forse occorre un sovrappiù di umanità per mantenerci umani. E una generalizzata coscienza della possibile disumanizzazione! Per “superarla”!


di Antonio Saccà