Carta Straccia: Pino Strabioli e l’emozione del teatro

giovedì 14 maggio 2026


In un’epoca dominata dal digitale e dalla smaterializzazione dei rapporti, lo spettacolo Carta Straccia, scritto da Mario Gelardi, ci riporta alla dimensione “artigianale” e tattile del palcoscenico. Ambientata in una Roma che nel 1968 vibra di rivoluzioni studentesche e sogni di cambiamento, la pièce si rifugia tra le mura bianche di un laboratorio di carta artigianale. Qui, due fratelli vivono una solitudine protetta e polverosa, interrotta bruscamente dall’arrivo di un nipote che porta con sé il vento impetuoso della Storia. In questa conversazione, Pino Strabioli ‒ qui nel doppio ruolo di attore e regista ‒ riflette sul potere della parola viva, sull’importanza della memoria e sulla fatica, ancora estremamente attuale, di vivere pienamente la propria natura.

Pino, nello spettacolo interpreti Agostino, un uomo che vive protetto dalle mura del suo laboratorio di carta artigianale proprio mentre il mondo fuori, nel 1968, vibra per le rivoluzioni studentesche. Come hai lavorato sulla psicologia di un personaggio che sceglie un mestiere così antico e tattile come scudo per ripararsi da una storia che avanza così velocemente?

​Il testo è una commedia con venature di malinconia e poesia, scritto da Mario Gelardi, con il quale avevo già collaborato. È ambientata nel 1968, l’anno delle rivolte che arrivano come un’eco in questa casa-laboratorio ereditata da una tradizione familiare. Qui vivono Agostino e Teresa, interpretata da Sabrina Knaflitz: due solitudini, due esistenze “in là con gli anni”. In quell’epoca, avere sessant’anni significava essere percepiti come i settantacinquenni di oggi. Vivono un rapporto morboso e conflittuale; non possono fare a meno l’uno dell’altra. Il ’68 c’è, arriva dalla radio, dai giornali e dalla strada, ma questi due fratelli decidono comunque di lasciare Roma per trascorrere l’ultima parte della loro vita nel paesino d’origine, nella casa lasciata dal padre.

Agostino e Teresa gestiscono un’attività che sembra già un ricordo del passato. Oggi che viviamo in un’epoca smaterializzata, secondo te il teatro è rimasto l’ultimo vero laboratorio artigianale capace di difendere la bellezza della lentezza rispetto alla frenesia moderna?

​Questa è una domanda molto intelligente. Io vivo una dimensione tecnologica, ma forse anche un po’ “novecentesca”. Lavoro in Rai da più di trent’anni e vedo che anche chi mi segue sulle piattaforme o sui social sente il bisogno di un rapporto umano. Il teatro, che non ho mai smesso di frequentare, ci fa riflettere proprio su questo: il contrasto tra la metropoli e la piccola realtà. Nei miei spettacoli da monologhista, o in questo con Sabrina Knaflitz e Mauro De Fusco, ci sono solo la parola, la musica e il suono. È la forma più antica di narrazione. Quando recito, sia nelle grandi città che nella provincia ‒ e l’Italia è la nazione più ricca di teatri ‒ sento lo stupore, specialmente nei giovani, per la riscoperta del racconto che arriva da una voce viva. Mi è capitato di recitare a Parigi e Madrid, e le persone venivano a ringraziarmi perché arrivavo a loro attraverso il corpo e l’emozione, non attraverso uno schermo. In questo, il teatro è davvero intramontabile.

Come regista, come hai orchestrato il contrasto tra la staticità del laboratorio e l’energia dirompente di quegli anni fatta di musica di Patty Pravo e rivolte? È stato difficile mantenere quell’equilibrio tra la commedia delle quattro mura e la grande Storia che premeva fuori dalla porta?

​La Storia preme e poi irrompe fisicamente attraverso il personaggio di Remo, il nipote interpretato da Mauro De Fusco. Lui rappresenta la giovinezza, la vitalità e quel ’68 che scuote la casa. È una metafora: il suo arrivo sconvolge le vite dei due fratelli, portando risvegli e turbamenti anche erotici. Agostino vive nel mito di Patty Pravo e nasconde la propria omosessualità, mentre Teresa è una pittrice fallita senza amore. Remo approfitta delle loro debolezze e questo lo trovo molto attuale: ricorda certi meccanismi dei social odierni, dove le persone si innamorano di fantasmi o vengono raggirate da chi finge di essere ciò che non è.

Il rapporto con tua sorella Teresa, interpretata da Sabrina Knaflitz, è fatto di gelosie e ripicche in una convivenza forzata. Come avete costruito, sotto la tua direzione, questa complicità così fragile che sembra reggersi solo sull'abitudine del lavoro quotidiano?

​Si tratta di una convivenza coatta. La regia si muove in uno spazio scenico ideato da Alessandro Gassmann, che è stato di grande aiuto: gli elementi sono reali ma non realistici. C’è molta carta, molto bianco e un gioco di luci che aiuta a passare dal nervosismo alla dolcezza. Con Sabrina siamo amici da tempo e abbiamo una visione della vita molto simile; in scena stiamo bene e ci piace rappresentare queste “due povere anime”. La regia è tutta basata sull’emozione, almeno finché non arriva il “raggio” di sole rappresentato da Remo.

Remo, appunto il nipote interpretato da Mauro De Fusco, viene descritto come solare e paragonato a un personaggio di Palazzeschi. Quali indicazioni registiche hai dato a Mauro per far sì che la sua gioia diventasse una forza quasi dominante, capace di convincere Agostino a non lasciare più Roma?

​Quando Mario Gelardi ha scritto il testo, gli ho suggerito io di fare un omaggio ad Aldo Palazzeschi e alle sue Sorelle Materassi. Il personaggio si chiama Remo proprio come quello del romanzo. Mauro interpreta un personaggio complesso: arriva come la promessa di chi continuerà la tradizione di famiglia, ma in realtà è uno stratega dei sentimenti. Usa la sua bellezza per raggiungere uno scopo legato proprio agli eventi del ‘68. È lui l’elemento che rompe la monotonia e scuote le coscienze.

Il segreto che Remo nasconde è il vero motore destabilizzante della trama?

​Beh, sì, certo. In ogni spettacolo c'è la sorpresa, il momento di sgomento e la rottura. Abbiamo sentito il bisogno di riprendere questo spettacolo dopo sette anni perché ci è sembrato ancora molto attuale. Scuotiamo le coscienze: è una commedia, non ha la presunzione di essere teatro civile o sociale “puro”, ma contiene tutto il materiale per una riflessione profonda sulla manipolazione e sui sogni infranti.

Il testo dice che la rivoluzione tenuta fuori dalla finestra è in realtà entrata dalla porta principale. Nella tua doppia veste di regista e attore ti sei mai sentito come Agostino, un artigiano che cerca di proteggere la tradizione mentre una nuova rivoluzione bussa alla porta?

​Nel mio lavoro teatrale mi sento libero perché scelgo i testi in base alle mie urgenze. In televisione, invece, cerco da anni di mantenere viva la memoria. Penso che nel nostro Paese tendiamo a dimenticare chi ci ha preceduti. Per questo ho dedicato programmi a figure come Franca Valeri, Paolo Poli, Anna Marchesini, Giorgio Albertazzi e molti altri. È fondamentale lasciare alle nuove generazioni un archivio che racconti il nostro Novecento e le sue eccellenze culturali.

Cosa ti ha lasciato personalmente il personaggio di Agostino? Ti ha insegnato magari qualcosa sulla capacità di lasciarsi stropicciare la vita da un evento inaspettato, proprio come accade alla carta lavorata in scena?

​Separo molto la vita dalla scena, anche se ogni personaggio prende inevitabilmente un pezzetto di te. Agostino mi commuove per il suo modo faticoso di vivere la sessualità in un'epoca che lo costringeva a nascondersi. Anche se sono stati fatti passi avanti, oggi molte persone fanno ancora fatica a mostrare la propria natura, arrivando a soffrire di attacchi di panico o paura del giudizio. Vivere la propria felicità e la propria natura è una cosa meravigliosa e nessuno dovrebbe mai sentirsi in colpa per questo.

Ricordiamo al pubblico quando sarai in scena?

​Saremo al Teatro dei Servi dal 14 al 17 maggio con Carta Straccia, di Mario Gelardi. Con me ci sono Sabrina Knaflitz e Mauro De Fusco. Vi aspetto, è uno spettacolo da non perdere!


di Francesca Marti