Romeo et Juliette ha commosso il Teatro Costanzi

lunedì 11 maggio 2026


Al Teatro dell’Opera di Roma si è svolta una rappresentazione lirica di elevata intensità e decisamente suggestiva per la sua delicata raffinatezza e struggente poesia, mi riferisco all’opera “Romeo et Juliette” di Charles Gounod, proposta nell’attenta regia di Luca De Fusco.

La direzione musicale è stata eseguita da Daniel Oren, che ha diretto l’orchestra con grande impeto lirico e incisiva sensibilità musicale, contribuendo a rendere lo spettacolo un’incantevole celebrazione del melodramma francese ottocentesco.

Il pubblico romano del Teatro Costanzi ha recepito tutto il vigore emotivo e la romantica sensualità musicale di un’opera contraddistinta per il suo delicato equilibrio tra passione giovanile e inevitabile tragedia.

La narrazione registica di de Fusco è emersa per la sua eleganza visiva e la sua capacità psicanalitica di penetrare nella psicologia di ciascun personaggio senza indulgere in aliene interpretazioni moderniste.

Con una Verona nello sfondo scenico, persa nell’oblio di un sogno fatale, ogni episodio traspirava il gravame del presagio esiziale, il tutto innestato in un’atmosfera notturna con chiaroscuri e architetture essenziali.

Invero, la regia ha fondato il suo incipit sul dramma interiore dei protagonisti, con una narrativa alquanto fluida, privilegiando la loro descrizione intimistica, per declinare in modo costante la conseguente tensione emotiva sino all’esizio finale, in un gioco di causa ed effetto struggenti.

De Fusco ha valorizzato il lirismo della partitura, consentendo alla musica di dispiegarsi senza che la scena fosse appesantita da superflui e quindi forzati, simbolismi.

Invece, il direttore Daniel Orien ha confermato tutta la sua sensibilità musicale di matrice verdiana e francese, declinandola con eccelsa esperienza, dimostrando tutta la sua statura di interprete.

L’ampiezza di respiro, il controllo dei colori orchestrali e una costante attenzione sull’equilibrio tra buca e palcoscenico hanno delineato la prestazione della direzione musicale.

L’orchestra del Teatro dell’Opera ha risposto con notevole compattezza sonora, offrendo una tavolozza timbrica ricca di sfumature, dove gli archi morbidi e vellutati, i legni delicatamente cesellati e gli ottoni mai invasivi, hanno costruito un tessuto musicale di grande suggestione.

Oren ha saputo esaltare il carattere profondamente teatrale della scrittura di Gounod, alternando slanci passionali e momenti di sospesa contemplazione, con un senso del fraseggio sempre attento e intensamente poetico.

Nello specifico, sono risultati particolarmente memorabili il celebre duetto del balcone e la scena finale della tomba, condotti con una tensione drammatica crescente che ha letteralmente immobilizzato la sala.

Tuttavia, il vero fulcro emotivo della serata è stato senza dubbio il soprano Vannina Santoni, interprete di una Juliette semplicemente sublime.

La cantante francese ha offerto una prova vocale e scenica di livello eccezionale, imponendosi come autentica protagonista della produzione.

Dotata di una voce luminosa, morbida e perfettamente omogenea in tutti i registri, Santoni ha saputo incarnare ogni sfumatura del personaggio shakespeariano, con la sua freschezza adolescenziale, l’ebbrezza amorosa, la vulnerabilità e infine la disperazione tragica.

Fin dalla celebre aria “Je veux vivre”, eseguita con sensibilità impeccabile, smalto vocale e una gioiosa leggerezza di fraseggio, il soprano ha conquistato il pubblico grazie a una combinazione rarissima di perfezione tecnica e autenticità interpretativa.

Ciò che ha reso memorabile la sua esibizione non è stata soltanto la bellezza timbrica, ma soprattutto la capacità di trasformare ogni frase musicale in emozione viva.

Santoni ha cantato con un controllo magistrale del fiato e una sensibilità dinamica straordinaria, modulando pianissimi di cristallina purezza e improvvise accensioni drammatiche senza mai perdere naturalezza espressiva.

Nei duetti con Roméo la sua voce sembrava letteralmente fondersi con l’orchestra, creando momenti di lirismo sospeso di rara intensità.

La scena della pozione del veleno e quella conclusiva hanno raggiunto vertici interpretativi di assoluto rilievo, in cui il dolore di Juliette emergeva non attraverso effetti esteriori, ma grazie a una linea vocale intensamente scolpita, intrisa di malinconia e dignità tragica.

Invero, sul piano scenico Vannina Santoni ha dimostrato una presenza magnetica, ogni movimento, ogni sguardo, ogni esitazione ha contribuito alla costruzione di un personaggio credibile e profondamente umano.

Pertanto, non si può non evidenziare quanto la sua Juliette non sia stata una semplice eroina romantica, ma una giovane donna travolta da un sentimento assoluto, raccontata con sensibilità moderna e struggente delicatezza.

In questo senso la sintonia con la regia di De Fusco è apparsa perfetta, proprio perché la cantante ha saputo riempire lo spazio scenico con naturalezza teatrale, evitando qualsiasi manierismo e privilegiando, invece, una recitazione intensa e interiorizzata.

Il successo finale, sancito da lunghissimi applausi e ripetute ovazioni, ha confermato il valore di una produzione destinata a lasciare un segno nella memoria del pubblico romano.

In un momento storico in cui il melodramma rischia talvolta di smarrire il proprio nucleo emotivo dietro eccessi registici o letture puramente concettuali, questo Roméo et Juliette ha ricordato quanto l’opera possa ancora parlare direttamente al cuore attraverso la forza congiunta della musica, della poesia e dell’interpretazione.

Al postutto, in questo raffinato e suggestivo contesto lirico, è brillata, con intensità rara, la voce di Vannina Santoni, ossia una Juliette di straordinaria eleganza e commozione, capace di trasformare la tragedia di Shakespeare in un’autentica esperienza di bellezza musicale


di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno