“Benvenuti in campagna”: il castrum

giovedì 16 aprile 2026


Si dà per scontato che Voi tutti conosciate il romano “castrum”, un accampamento tipico fortificato, eretto a protezione del presidio, circondato da territorio barbarico e incognito. Ebbene, sarete curiosi di vedere che cosa accade quando una casa colonica diviene simbolicamente il castrum-rifugio di una famigliola di tre persone, lui, Gerry (Maurizio Lastrico), ricercatore precario a contratto su di una cattedra di letteratura di viaggi, alle prese con esami e tesi di laurea. Lei, Ilaria (Giulia Bevilacqua), vigilessa, sotto perenne effetto narcotico delle emissioni nocive da traffico e da rumori di strada, in cui gli umani sono un ircocervo di istrice e gatto selvatico, per cui se non ti pungono con il veleno, minimo ti graffiano. Ai due, fa da corredo un figlio dodicenne semiautistico, Giulio (Orlando Forte), costantemente incollato ai social e coincidente con il nulla dell’epoca moderna: né una vera passione, né amore per lo studio e tantomeno per una coetanea. Ma davvero fa bene la campagna a tre tossici dell’urbanesimo come questi qua? La storia e le peripezie dei tre personaggi, due illusi e un agnostico adolescente, che però ha l’horror vacui della vita in aperta campagna, è raccontata nell’ultimo film di Giambattista Avellino, Benvenuti in campagna (da oggi nelle sale italiane grazie a Vision Distribution) che è quasi un remake di tanti esperimenti precedenti. Ovviamente, non trattandosi di un rapporto serio, conflittuale e mai tramontato tra città e campagna, il film è l’ennesimo racconto sui fallimenti della piccola borghesia che però, imperdonabilmente, non può più anelare al “paradiso perduto” (bucolico) dopo i clamorosi fallimenti degli esperimenti sessantottini dei figli dei fiori, delle comuni scoppiate in tumulti e risse, perché poi uno dice, dice, ma le corna pesano a tutti, soprattutto se consumate in spazi ristretti e fin troppo comuni, privi di qualsivoglia privacy.

Solo che il bilocale, in cui i panni asciugano nel corridoietto dell’anticamera e la cameretta del “bimbo” è una sorta di bunker digital-autistico, a lei, Ilaria, dotata di due genitori iperurbanizzati e di un fratello impiegato di banca, appare lecito indebitarsi fino al collo per provare a cambiar vita e vivere dei frutti della terra. Per cui, dopo un rocambolesco trasloco che si può bene immaginare, arrivano in questa terra di bengodi infestata da grossi cinghiali. Mentre loro la prima sera si dividono l’unico uovo di gallina partorito dal pollaio in via di rigenerazione, accanto a loro si dipanano le linee di inviluppo di due mondi paralleli che sfuggono del tutto al controllo ma, sorprendentemente, non a quello del figlio Giulio, spossessato del suo specchio magico portatile e costretto per la prima volta da tanti anni ad ascoltare solo le parole e i rumori della natura che lo circondano. Anche il mondo cafone della piccola scuola media del posto serve a risvegliarne i giovani sensi, e scoprire il sesso fai da te, una volta che sulla scena appare la sorella del compagno burino, fornitissima di attributi femminili che incantano a prima vista. Ma i tre incapaci urbani non sono soli nel circondario della casa colonica isolata: due elfi, uno al contrario e l’altro in senso stretto, appaiono e scompaiono ogni volta che la coppia adulta incontra serie difficoltà nel portare avanti l’utopistico sogno bucolico. Il primo è Mauro (un monumentale, come sempre, Andrea Pennacchi) rude primitivo, che vive e pesca nei pressi, abitando una sorta di rudere in cui si è auto-confinato, lui sì, per fuggire definitivamente dalla trappola urbana. L’altro, invece, è Luca (Luca Ravenna), ricco di suo, che fa semplicemente finta di vivere in campagna, in una villa superlusso e con tanto di contadini pagati per fare il suo lavoro di campagnolo in una campagna in perfetto ordine.

Certo, se poi il pollaio non è in regola, è logico che arrivi la forestale a fare multe salate, sicché le spese salgono (infruttuosamente) alle stelle, anche perché non c’è il pozzo artesiano e scavarne uno senza l’ausilio del rabdomante significa andare incontro a guai anche molto seri. Quindi, di piccola tragedia in piccola tragedia, mentre Giulio impara fino in fondo da Mauro l’arte di vivere e di provare i piaceri della scoperta della vita cacciando con arco e frecce, i suoi genitori affogano nei debiti e nelle delusioni cocenti del bucolico imprevidente. Morale: i due incauti gettano la spugna con la rivendita del casale a una nuova acquirente, che diventerà ricca grazie alla loro sbadataggine, perché se sei cieco e stupido la fortuna non bussa due volte alla tua porta. Allora, che cosa resta dopo la scomparsa prematura di Mauro, l’angelo custode del bosco? Il ritorno a casa, coda tra le gambe. Ma, per fortuna, oltre alla campagna c’è sempre la montagna e il mare!

Voto: 6,5


di Maurizio Bonanni