mercoledì 15 aprile 2026
La Mandragola, commedia agrodolce di Niccolò Machiavelli, va in scena (fino al 19 aprile) al Teatro Quirino “Vittorio Gassman”, per la rivisitazione curata dalla regia di Guglielmo Ferro. La sua attualizzazione in chiave moderna riguarda sia i costumi che la scenografia, dominata da uno schermo gigante a più riquadri che occupa l’intera parete di fondo, in cui è proiettato un enorme acquario affollato di squali (i profittatori del mondo intero, in metafora), alternato da immagini delle moderne Gotham City sparse nel mondo, in cui lussuria, denaro e corruzione costituiscono il carburante che illumina le luci dei grattacieli e muove in terra gli affari, soprattutto quelli sporchi. Niccolò Machiavelli ambienta la storia nella Firenze del 1504, mentre Ferro la colloca nell’attualità, facendo indossare ai personaggi “laici” eleganti vestiti di sartoria. Ciascun ruolo, tuttavia, rispetta la matrice originaria, per carattere e misura morale, del testo machiavelliano, anche se la recitazione è talvolta caricata di eccessiva gestualità, come accade nel caso di Marco Imparato che interpreta Callimaco. A messer Nicia (Massimo Venturiello) è invece affidato il doppio ruolo di voce narrante fuori scena, oltre a quella rituale di becco cosciente per un superiore fine riproduttivo. Sostanzialmente, la Mandragola è una commedia degli inganni, certo inverosimile per l’aliquota eccessiva di stupidità e accondiscendenza di un marito, il notaio Nicia, convinto della bontà di cedere sua moglie a uno sconosciuto per una sola notte, dopo la quale l’ignoto copulatore morirà, perché Lucrezia, la vittima forzata ad acconsentire, ha assunto una pozione miracolosa di mandragola che la farà restare finalmente ingravidata.
Ora, il meccanismo per cui Callimaco, esule per venti lunghi anni a Parigi per volontà dei suoi tutori fiorentini (incaricati di amministrare il patrimonio dei suoi genitori prematuramente scomparsi), innamorato per sentito dire di Lucrezia, moglie bellissima e onesta di Nicia, passa per il factotum squattrinato di Ligurio (Guglielmo Poggi), frequentatore della famiglia e della casa del notaio. Ed è lui a concepire un piano tanto folle quanto audace per mettere nel letto di Lucrezia (Martina Fatighenti) il “dottor” Callimaco (che è colto sì, ma non s’intende in nulla di medicina), inventandosi la burla atroce della mandragola. Il cui effetto millantato è di essere mortale per il primo uomo che avrà rapporti con la stessa Lucrezia, dopo che lei avrà assunto la pozione incriminata, preparata e somministrata dal finto medico Callimaco. Già ma come si fa riciclare una donna onestissima in un’amante a comando? Manipolando spudoratamente ben tre categorie di mediatori. Il primo è il marito consenziente, al punto di dirle “che vuoi che sia” (una botta e via), mettendola in ridicolo per la sua sana ritrosia. In fondo, lui ha il suo bell’interesse: dotarsi di un erede che eviti la spartizione delle sue ricchezze, una volta passato a miglior vita. La seconda, è la madre di lei, Sostrata, che teme la vedovanza senza prole di Lucrezia, mossa anche dal pensiero morboso di una figlia che è spinta, anzi obbligata, a tradire il marito consenziente.
Fortuna insperata quest’ultima che qualsiasi moglie sarebbe disposta a cogliere, soprattutto se l’involontario amante fosse un giovane di bell’aspetto. Cosa ipergarantita dal fatto che sarà proprio il focoso e irrequieto Callimaco a essere scelto “a caso”. La terza categoria di mediatore mercenario e quella di frate Timoteo (un bravissimo Maurizio Micheli), confessore di famiglia, il quale si presta per denaro a benedire l’operazione denominata in codice “Mandragola”, per il cui buon fine qualcuno (Nicia e Callimaco) sborseranno un bel po’ di scudi che finiranno nelle tasche capienti della tonaca del frate. E dire che Timoteo sta per “timorato di Dio”. Ma, per l’ipocrisia cattolica basta pentirsi per avere l’anima salva e ripetere il peccato sino alla prossima confessione. Così, il frate benedice l’impianto fedifrago assicurando a Lucrezia che non cadrà così facendo nel peccato, nemmeno veniale. Resta però ancora fuori la parte più difficile: come catturare l’amante occasionale e inconsapevole suicida scambiandolo poi per tempo con il Callimaco furioso, tenuto conto che anche lui avrebbe fatto parte della banda organizzata di sequestratori, composta da lui stesso, da Nicia, Ligurio e Siro, il servitore di Callimaco. Ma, visto che l’incappucciamento e il travisamento è d’obbligo, sarà Timoteo (monetizzando ulteriormente il suo ruolo) a prendere il posto di Callimaco, che invece si travestirà da viandante di belle fattezze, perfetto per lo scopo di Nicia.
E quale sarà la fine di quella povera vittima di Lucrezia, che per tutti è “un corpo in vendita”? Semplice: si scoprirà amante felice e peccherà molte altre volte con “l’amico” Callimaco, divenuto ospite fisso della sua casa coniugale. Machiavelli non dice se dietro tutto ‘questo godimento ci sarà o meno l’evento della nascita che lo ha reso possibile. Ma tanto basta, visto che per definizione l’assurdo gode a priori della sua assurdità! In questo caso, infatti, anziché Romeo e Giulietta si tratta piuttosto di Romeo e Giuditta, che taglia la testa all’amante appena consumato il rito coniugale!
di Maurizio Bonanni