“Sentimental Value”: Per aspera ad astra

mercoledì 1 aprile 2026


Una casa fa famiglia da sola, o è solo un contenitore storico, congestionato di oggetti e persone che al suo interno hanno depositato tutto, o in parte, il proprio vissuto? Esistono, quindi, i fantasmi che continuano ad abitarla anche dopo la loro scomparsa terrena, non avendo fatto pace con la vita perché suicidi o consunti da malattie? O sono soltanto le nostre proiezioni mentali, i ricordi necessariamente distorti, distopici e consumati dall’usura del tempo ad abitarla idealmente? Ce ne parla con una profondità davvero sorprendente il bellissimo film Sentimental Value (distribuito dalla Teodora Film e Lucky Red) del regista norvegese Joachim Trier, che in un quartiere di Oslo ambienta molte riprese esterne nei pressi di una bellissima casa Dragestil (stile dragone, che fa riferimento a una corrente architettonica romantico-nazionale norvegese della fine dell’Ottocento), ricostruendone poi gli interni sul set. Nel film, la villa non è solo uno sfondo ma un vero e proprio “personaggio”, simbolo della memoria familiare e dei legami tra i protagonisti, tanto da divenire un’icona, ovvero una sorta di “protagonista silenziosa” per la sua capacità di racchiudere i segreti e i ricordi della famiglia Borg. Lui, Gustav (Stellan Skarsgård, perfetto nel ruolo), con una madre suicida che lo ha lasciato orfano da bambino, è un regista colto e raffinato, il capostipite sopravvissuto della sua familiare Dragestil-House, e che da tempo si è trasferito altrove, causa divorzio con la sua ex moglie psicanalista. La storia è un intreccio caldo, sofferto e tormentato di un rapporto padre-figlie, che inizia con il funerale della loro madre e con loro due ormai adulte, Nora Borg (Renate Reinsve) attrice di notevole spessore, e Agnes Borg Pettersen (Inga Ibsdotter Lilleaas), già piccola protagonista di grande talento di un film-cult di Gustav, e oggi moglie e madre felice di un bellissimo bimbo.

Ma, che cosa c’è oltre a una casa di famiglia da vendere, dopo aver smaltito tutti gli oggetti-ricordo che non si vogliono ricordare? In altre parole, esiste qualcosa che collega i non-detti, i giacimenti di rancore, il malessere di vivere e il desiderio di essere amati e infine di riamare quel padre perduto, a cause delle sue lontananze e delle troppi amanti sparse nel mondo? Sì, esiste: e la parola che l’esprime è Il copione cinematografico scritto da Gustav su misura per Nora, di cui suo padre intuisce le tendenze autodistruttive, le angosce esistenziali che la portano a un passo dalla rinuncia a entrare in scena, terrorizzata da chissà quale indicibile fantasma. Perché, poi, tutto ciò che conta è davvero dentro noi. Gli altri ci possono fare da corona, dividendo sporadicamente il nostro letto, o festeggiando il nostro successo al quale, però, continua a mancare un cardine esistenziale, per cui quella porta della felicità gira meno della metà, stridendo sul pavimento di marmo sul quale giace una recitazione ricolma di pianto, perché la solitudine dell’incompreso morde come una iena rabbiosa. Ed è così che Gustav, al netto rifiuto di Nora, è costretto a ripiegare su di un attrice di grido alla quale affidare il ruolo di protagonista, Rachel Kempf (Elle Fanning), una giovane star hollywoodiana colpita da un suo lavoro da regista di molti anni prima. Per la lavorazione Gustav ha intenzione di utilizzare la Dragestil-House dove ha abitato con la sua famiglia e di cui una stanza, in particolare, quella del suicidio di sua madre, è l’epicentro e il clou della narrazione. Ma Rachel, pur bravissima, dovrà rinunciare per onestà professionale a condividere una dramma talmente intenso che non riesce a tollerarlo come fiction.

E a Gustav non riuscirà nemmeno il tentativo di liberarsi direttamente dell’onere della regia, affidandola a un collega più anziano ma più appassionato di lui ad affogare i dispiaceri nell’alcool, e quindi non in grado di recepire il messaggio subliminale che il padre ha intenzione di indirizzare alla figlia Nora. Non ci si può nascondere, né azzardare mediazioni quando il fuoco arde sotto le piante dei piedi, e non si può stare fermi lì a bruciare: perché, prima che la vita finisca, si deve correre incontro il più rapidamente possibile alla propria creatura così tanto amata, riconoscendola dopo averla conosciuta da bambina. Perché poi il tema è sempre quello: la capacità da parte dell’offesa di perdonare, e l’osare chiedere perdono da parte del colpevole. Allora, occorre scegliere su quale nave degli affetti perduti prenotare un giro, per poter fare questa traversata dell’una verso l’altro. Perché lui, l’anziano, attende solo di potersi riconciliare con quella sua figlia che gli nega il diritto di farlo, protendendo le sue mani stanche pronte a donarle tutto l’amore del mondo. Caratteristica costante e non più ansiogena, quest’ultima, di chi invecchia e desidera solo pace per sé e per le sue creature, sapendo che le lascerà in un futuro assai prossimo. C’è, per fortuna la nave e il barcaiolo: e questa si chiama Agnes, la sorella di Nora.

Perché il film è anche uno sconvolgente, bellissimo rapporto di sorellanza, in cui la più piccola ha ricevuto dalla maggiore tutto l’affetto materno surrogato, che l’ha condotta ad avere una vita normale un marito, un figlio, una casa tutta sua. Purtroppo, l’osmosi inversa, per ovvie ragioni, non c’è stata, cosicché Nora è il carico della somma di due assenze fin troppo importanti. Ovvero: un padre ingombrante, con il quale vale solo la sfida a chi è più bravo; una madre assente in casa, fin troppo innamorata del proprio lavoro per star dietro a due figlie adolescenti. E sarà Agnes a capire il bellissimo messaggio paterno in bottiglia, rileggendo per una notte intera il copione e intuendo lei sola quale fosse il soggetto-oggetto del suo messaggio. E sarà proprio quella forza tranquilla della sorellanza la chiave di volta per risolvere il mistero dell’odio e dell’amore.

Voto: 9/10


di Maurizio Bonanni