venerdì 27 marzo 2026
Martedì 24 marzo, nella sede di via Arco de’ Tolomei, il Centro di Cultura Ebraica “Il Pitigliani” ha ospitato un concerto dal titolo programmatico, Dal Tardo al Neoromanticismo, con la direzione artistica del Maestro Eduardo Hubert. Le giovani violiste Mariama Coly e Ambra De Santis, che hanno impreziosito l’atmosfera della serata grazie al loro talento, erano accompagnate al pianoforte dal Maestro Maria Teresa Carunchio.
Il programma accostava in perfetta soluzione di continuità il Kol Nidrei e la Romanza op. 85 in fa maggiore di Bruch, la Sonata op. 120 in fa minore di Brahms e la colonna sonora del film Schindler’s List di John Williams. La scelta dei brani si è confermata assai felice, perché è riuscita a combinare la memoria, l’aura crepuscolare del tardo romanticismo e la più recente sensibilità neoromantica, che ha innervato le pellicole del grande cinema di Steven Spielberg. Questo itinerario musicale si accorda pienamente con la missione de Il Pitigliani, uno spazio deputato all’approfondimento della cultura ebraica e alla promozione del dialogo interculturale.
Le due interpreti si sono alternate sul palco nell’esecuzione dei brani, mentre il pianoforte di Maria Teresa Carunchio ha fornito all’intera serata un asse saldo, autorevole e sorvegliato. La musicista nata a Buenos Aires e formatasi poi al Conservatorio di Santa Cecilia reca con sé una vasta esperienza, maturata fra l’attività concertistica e l’insegnamento, che le consente di tenere insieme lo slancio e la misura, la cantabilità e l’architettura formale.
Max Bruch è un compositore del tardo Ottocento ingiustamente dimenticato che raccoglie l’eredità mendelssohniana sul versante della melodia. Kol Nidrei, composto nel 1880 come un Adagio su melodie ebraiche, si ispira a due antichi canti ebraici che il compositore dichiarò di aver trovato di straordinaria bellezza. Come ha ricordato il Maestro Eduardo Hubert, le comunità ebraiche cantano ancora oggi questo brano all’inizio di Yom Kippur.
La Romanza op. 85 in fa minore, invece, appartiene all’ultimo Bruch, che nel 1911 dedicò alla viola uno dei suoi omaggi più celebri. Qui il solista intona un tema sinuoso, avvolgente, che ritorna con minime variazioni ritmiche e dinamiche, come se il compositore volesse dimostrare quanto ancora fosse possibile restare fedeli alla civiltà della linea e del canto nel periodo in cui andava affermandosi lo sperimentalismo dodecafonico.
Il centro ideale del concerto restava Brahms. La Sonata op. 120 n. 1 in fa minore appartiene all’ultima stagione creativa del compositore, quella estrema e testamentaria che, nell’estate del 1894, lo riportò alla musica da camera sotto l’impulso dell’incontro con Richard Mühlfeld. Brahms pensò da subito a una doppia destinazione strumentale, clarinetto oppure viola, riconoscendo a quest’ultima una voce ugualmente capace di ombra, densità e confessione interiore. In questa pagina della tarda maturità, vicina agli ultimi anni della vita di Brahms, l’invenzione non si espande più in larghe superfici come nel repertorio sinfonico, ma si concentra in nuclei espressivi di impressionante densità, in accensioni improvvise, in ripiegamenti che sembrano affacciarsi sull’abisso.
L’Allegro appassionato iniziale, così come è emerso nella splendida esecuzione di Mariama Coly, è intriso di una malinconia riflessiva e feconda. I silenzi improvvisi, seguiti da cascate di semicrome, imprimevano al discorso un carattere nervoso, con un turbinio di emozioni che a tratti rasentava il modernismo. Nel movimento lento, Andante un poco adagio, il clima si fa più intimo, come una romanza distesa in un prato di terze discendenti che evocava l’andamento cullato di una ninna-nanna, quasi un’eco remota del Wiegenlied. Poi arriva l’Allegretto grazioso: un minuetto solo in apparenza, perché, sotto la patina della grazia, affiora un’ironia lieve, un passo di Ländler filtrato dalla memoria viennese, mentre il Trio riporta il discorso verso il fa minore. Il Vivace conclusivo, con la sua spinta verso il fa maggiore, libera uno staccato scintillante, scarlattiano per nettezza di taglio, fino a una coda rapida e tersa, chiusa da una brevissima e brillante cadenza.
L’approdo a John Williams è stato il momento in cui il filo della serata si è dispiegato con maggiore chiarezza. Scrivendo la colonna sonora di Schindler’s List, l’autore concepì tre pezzi per violino solo e orchestra e volle che quella voce solistica desse forma, accanto al dramma, agli aspetti più teneri e nostalgici della vita ebraica travolta dalla catastrofe. Proprio qui si comprende il senso del titolo del concerto. Il neoromanticismo di Williams e Spielberg è la prosecuzione, in altro linguaggio, della stessa fiducia nella forza morale della melodia che accomunava Bruch e Brahms. La musica appare solenne, scarnificata, ridotta all’essenziale, e proprio per questo è capace di colpire subito i cuori degli ascoltatori. Il Novecento cinematografico entra in continuità con l’ultimo Brahms per concentrazione emotiva.
C’è, infine, un elemento umano che merita attenzione. Il Pitigliani rivendica da anni una vocazione al confronto, e già il progetto dell’Ensemble da camera era stato pensato come un’esperienza volta a unire giovani di culture e religioni diverse attraverso il suono. La serata di martedì ha trasmesso l’impressione di un piccolo mosaico di provenienze e storie ricomposte in un quadro comune. La biografia stessa di Maria Teresa Carunchio, nata in Argentina da genitori di origini moldave e bielorusse, e poi divenuta una figura stabile della scena musicale italiana, ne era una testimonianza. La bellezza artistica, quando è custodita con passione, abbatte sempre le frontiere che altrove sembrano invalicabili.
Pubblichiamo di seguito il link da cui è possibile recuperare il concerto. Buon ascolto.
di Lorenzo Cianti