“Il ritorno del barone Wenckheim”, un capolavoro letterario e filosofico

venerdì 13 marzo 2026


L’opera geniale di un grande autore della letteratura può porre al centro di una vasta narrazione innumerevoli temi, quali il messianesimo, la ricerca scientifica e il primato della ragione umana, l’alienazione, l’amore e i cambiamenti prodotti nella vita dallo scorrere del tempo. Sorprende per la sua grande profondità e la scrittura elegante e basata su lunghi periodi il libro di cui è autore il grande scrittore ungherese, a cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura del 2025, László Krasznahorkai intitolato Il ritorno del barone Wenckheim, edito dalla casa editrice Bompiani. Nella prima scena compare un professore di scienza, studioso dei molluschi, che ha abbandonato gli onori della attività accademica e si è rifugiato a vivere in una baracca, situata in un luogo desolato, denominato il roseto. Il professore da dietro la finestra della sua baracca, in preda all’ira, osserva la figlia, circondata dai giornalisti delle televisioni, che inalbera un cartello con cui rivendica il rispetto dei sui diritti. La ragazza, che proviene dalla capitale ungherese, oltre a protestare per l’assenza del padre, appare incline ad alzare la voce contro l’inaccettabile provincialismo, l’inqualificabile corruzione, le ingiustizie dovute alla miseria presente nella città di provincia. Il Professore, la cui mente è ottenebrata dalla follia, spara con un’arma da fuoco, inducendo la figlia e i curiosi ad allontanarsi.

Il professore fugge dalla donna con cui aveva concepito sua figlia e da cui si sente perseguitato con continue richieste di denaro. Prima di lasciare la città di provincia, la figlia del professore viene intervistata da una televisione locale a cui dichiara di volere ottenere il riconoscimento dei suoi diritti dal tribunale civile in nome della giustizia. Il professore per il suo gesto audace e criminale riceve la visita di un uomo corpulento e dall’aspetto poco rassicurante, il quale dichiara che per loro, che sono un gruppo neonazista, è importante la ricerca dell’uomo puro, perché il loro Paese sprofonda nella corruzione, nella miseria e nel degrado. La signora Ibolyka si presenta nella baracca del professore con una crostata di ciliegie per informarlo che nella loro città sta per ritornare il barone Wenckheim, sicché presto avrà inizio un’epoca di rinascita civile e culturale e di prosperità per tutti i cittadini. I giornali nazionali ungheresi, in realtà, con molta e spietata obiettività descrivono il barone come un uomo che ha dissipato in Argentina il suo patrimonio, e che moralmente appare un fannullone. Infatti i parenti del barone intervengono dalla Europa sia per saldare il debito che aveva con il Casinò in Argentina, sia per farlo rientrare in patria, onde evitare uno scandalo, che avrebbe coinvolto la sua nobile famiglia e compromesso la sua onorabilità. Nel treno che lo riporta in patria, il barone, con la fronte incollata al vetro dello scompartimento, vede scorrere le immagini del paesaggio della sua terra, e nella sua mentre riaffiorano i ricordi della sua vita familiare ed intima, delle giornate estive e invernali vissute con i suoi congiunti. Mentre contempla con l’anima turbato dai ricordi il paesaggio dal finestrino del treno, il controllore si siede di fronte a lui, il barone, il personaggio famoso, e sviluppa un ragionamento. Ricorda, il controllore nel suo monologo storico, che sotto Kadar in passato in Ungheria non vi erano i profughi, né i senza tetto, e neppure le differenze tra i ricchi e i poveri.

Tuttavia, anche se tutti avevano un lavoro e una casa, non c’era ai tempi di Kadar, il benessere, la tecnologia, la libertà di espressione e di stampa e quella politica. Nella città, dove era atteso il ritorno del barone, i giornali locali danno la notizia che è in procinto di ritornare nella sua terra natale un uomo devoto alla patria, che durante gli ultimi anni della sua vita ha il desiderio di elargire donazioni notevoli in favore della sua comunità di origine, attingendo dal suo immenso patrimonio personale. Il sindaco della città, che alla stampa ha dichiarato che la sua città non sarà più una democrazia ma un possedimento personale del barone, si accinge a preparare la festa per accoglierlo, in modo da trasmettere allegria e entusiasmo e garantire una offerta culturale degna di nota. Il sindaco era preoccupato di rimuovere dalle strade della sua città, in vista del ritorno del barone, i mucchi di immondizia, i senza fissa dimora che chiedevano l’elemosina, i profughi poveri e soli, poiché l’immagine della città doveva essere di un luogo felice e ben governato, in grado di accogliere nel migliore dei modi il ritorno di un benefattore generoso e devoto nella sua patria.

Prima di raggiungere la sua città, il barone aveva scritto due lettere alla donna, il cui nome era Marika, di cui si era innamorato da giovane, a diciannove anni, parlandole con trasporto e grande entusiasmo di letteratura e dell’opera di Tuegenev. La festa alla stazione, appena il barone scende dal treno, viene rovinata da una serie di errori commessi durante la esecuzione dei brani musicali. I discorsi pronunciati dal sindaco della città, dal capitano delle forze dell’ordine, e dal preside del liceo, non vengono ascoltati dal pubblico presente che, al cospetto del barone, l’uomo che deve avviare la rinascita della città, cadono vittime di una sorta di confusione ed incantesimo collettivi. Tutti i cittadini si interrogano per capire con cosa avrebbe avuto inizio la rinascita cittadina, se con la restaurazione del Castello, oppure con la ristrutturazione della fortezza oppure con la creazione delle fontane lungo il corso del fiume Koros. È straordinario il modo in cui viene descritto nel libro il cambiamento della pubblica opinione della città verso il barone. All’inizio, quando tutti si aspettano che abbia luogo una nuova era all’insegna della prosperità, i cittadini si recano in biblioteca per avere libri sulla Argentina, dove il barone aveva vissuto. In seguito, dopo che il barone si è tolto la vita gettandosi sotto un treno, consapevole di avere alimentato senza volerlo una illusione collettiva, e senza non avere prima riflettuto sul senso della sua vita in un dialogo bellissimo con Dio, che gli appare inutile e inconcludente, le persona si recano in biblioteca per restituire i libri sulla cultura argentina e dileggiare e denigrare il barone, percepito come un falso messia. Nel libro è memorabile il dialogo tra il direttore della biblioteca e l’impiegata Eszter.

Durante questo dialogo il direttore della biblioteca osserva che la natura umana dipende, da notizie, leggende, dalle storie del momento, sicché può essere manipolata in qualsiasi modo da persone scaltre e furbe. La fine tragica del professore, che dà fuoco alla baracca e al roseto dove si era rifugiato, è preceduta da una sua profonda riflessione filosofica sulla mente umana che osserva se stessa e nutre il dubbio ed il sospetto. Per il professore, che prima di togliersi la vita declama un monologo in una sala di aspetto dei una stazione ferroviaria, alla presenza del cane e di uno sconosciuto, è fondamentale tenere presente la teoria di Cantor, grande studioso di matematica, la cui idea dell’infinito e dei tanti infiniti aiuta a capire il funzionamento della mente umana. Marika, il cui incontro con il barone, l’amore della sua gioventù, l’aveva lasciata angosciata e sconvolta per il silenzio del suo amico di un tempo, decide di lasciare la città, da cui aveva ricevuto per tutta la vita sofferenze, insulti, disprezzo e derisione. Il caporedattore dell’unico organo di stampa della città, dopo la morte tragica del professore e del barone, riceve un manoscritto anonimo che conteneva una denuncia di mali antichi di cui la città soffriva. L’autore del manoscritto, che il caporedattore vuole pubblicare sul suo giornale, dopo avere consultato il sindaco in una pubblica riunione, indica nel suo scritto i tratti disgustosi presenti nel carattere degli ungheresi, identificandoli con l’invidia, la grettezza, la meschinità, l’indolenza, l’infamia, la spudorata vigliaccheria. Questo libro, di cui è autore László Krasznahorkai, è un capolavoro letterario e filosofico. Imperdibile!

(*) Il ritorno del barone Wenckheim di László Krasznahorkai, traduzione di Dóra Várnai, Bompiani 2019, 642 pagine, 28,50 euro


di Giuseppe Talarico