venerdì 13 marzo 2026
Ciascuno ha i suoi motivi, i suoi brani, le sue immagini, le sue sculture, i suoi panorami. Vengono alla mente in maniera casuale. Uno sta seduto, e, improvvisamente, ricorda l’Ottava Sinfonia di Franz Schubert. Lo ascolti, in te, quel brano che non sai capire: nostalgia di felicità vissuta, di felicità non vissuta, poi drammatizzazione, tumulto orchestrale, eccessi sonori, forse la volontà di reagire. Forse. E la ricaduta. Sconfitta? Quiete? Il momento della desolazione o rimpianto o ricordo ha spontaneità limpida, immediata. Nessun intervento, ispirazione sgorgante di fonte naturale. Tu la percepisci, la sgorghi in te, la risenti e sei felice di quella infelicità. Ecco, gli artisti del sentire: Franz Schubert, Fryderyk Chopin, Pyotr Ilyich Tchaikovsky, largitori di felicità nell’infelicità. E ti sembra che compongano senza comporre: ispirazione a getto e si limitano a sognare. La musica, la persona. Nessun intervento compositivo. Sorgente di montagna. Madre Natura. Artisti del sentimento, non concettuali. E non riusciamo a staccarci. È, più ascolti, più vuoi ascoltare. Esiste un brano, nella Sesta o Settima Sinfonia di Anton Bruckner (la numerazione è variata) di solitudine invocativa di comprensione veramente amica, delusa e richiesta.
È questo il modo di tradurre e ascoltare la musica? Anche questo. Stati d’animo mediante la sonorità. Perché no, se avviene! Se piangi, se ridi, se sgomenti, se angosci. Certo, mediante il suono, gli strumenti, melodie, armonie. Facile, soprattutto, quando ascolti il canto e le parole. “Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo”. “Senza madre tu non sei più solo”. Niente di eccelso ma puoi addirittura piangere. Ma sono balbettii. Ascolti la Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven e giungi a una potentissima crescita che si svolge lungamente in dinamiche sonorità. Sembra non abbiano fine e sfocio e ti aggrovigli nei grovigli, finché esplode il raggiungimento di una possanza afferrata, conquistata “dialetticamente”. Theodor W. Adorno teorizzava al di fuori del godimento sonoro, pessimo criterio, ma disse il vero su Beethoven dialettico. Effettivamente, una musica, la Quinta, in quel passaggio, antidepressiva, se trovi ostacoli, combatti. Non trasformare la musica in psicologia, filosofia. È musica, certo, ed è, come musica, restando musica, suono, armonia, melodia: filosofia e psicologia. Ciascuno a suo modo, ma tra gli immensi piaceri della vita ascoltare in sé stessi e cantare internamente: da oltrepassare ogni mestizia o renderla “bella” (arte). E ci sono brani per ogni stato d’animo. Ami una donna, e le canti: “Che gelida manina, me la lasci riscaldare”. Hai tradito, addolorato la donna che ti ama, e Pollione (Norma) ti fa cantare la richiesta di perdono. Nel caso estremo, se hai ucciso: Otello ti affida parole e sonorità (da limitarsi al canto). La tragica grandiosità regale, nel caso ti esalti di te stesso e però ne senti il peso, e canti come Boris Godunov. Hai degli amici reali, veri amici, e Don Carlo ti dice la manifestazione dell’amicizia e Georges Bizet (I pescatori di perle), similmente.
Quante animazioni possono racchiudersi in un individuo? Siamo limitatamente illimitati. E poi. L’universo delle canzoni. Cantano dentro per autonoma iniziativa, scrivi e una parte della mente canta. Trova spazio e sortisce topolinescamente. Friedrich Nietzsche, compositore mancato e in qualche modo fallito, patì che le sue composizioni non vennero stimate. Alcune composizioni sono da scolaro che si consegna all’osservanza formale. Solitudine recintata, netta, voragine a precipizio nel sé stesso oscuro, inguaribile infelicità racchiusa e distanza. Nella Sonata 110, in due tempi, di Ludwig van Beethoven, dopo le peripezie che nel compositore sono consustanziali al suo mondo sempre contro ostacoli avversativi, perveniva a una spaziatura celestiale di felicità invocata non raggiunta nell’esprimere, da inchiodare chi ascolta. Esistono manifestazioni di tale mirabilità che perdere tempo in ambizioni d’accatto e persino cruente è un suicidio da vivi. L’esistenza è tragica perché moriamo. Straordinariamente preziosa se la viviamo al modo bello e, appunto, prezioso.
(*) Nella foto è ritratto Franz Schubert in un dipinto di Wilhelm August Rieder del 1825
di Antonio Saccà