“Mein Kampf”: impiegato mai

martedì 24 febbraio 2026


Perché Adolf Hitler scrisse dunque il Mein Kampf? A più di cento anni di distanza dalla sua prima edizione, una brillante risposta la dà lo spettacolo omonimo che va in scena al Teatro Argentina di Roma fino al primo marzo, per l’interpretazione e la regia di Stefano Massini. E poiché la vita “è” un piano inclinato, in cui tutte le storie scivolano fino al punto di oblio e di eterno silenzio, allora non c’è niente di meglio che allestire al centro del palcoscenico una sorta di gigantesca pagina bianca luminosa. Perché da lì, da zero, bisogna sempre iniziare, per farne la prima di molte sulle quali, come in un letto di malattia, deporre parole; raccogliere piogge soprattutto di libri, per bruciarli poi a milioni; disseminare oggetti vari, come le spoglie dell’abito dell’ebreo-tipo, archetipo del male, che svuota dal di dentro l’ignara vittima come una tenia che divora tutto il ben di dio, materiale e morale, dato in nutrimento alla nostra mente-corpo apparentemente sana. Ma, da dove trae origine il male assoluto, se non da un uomo piccolo-piccolo, un soldato fallito, mezzo asfissiato dal gas e trapassato da una scheggia alla gamba, che riceve in ospedale la ferale notizia della resa tedesca? Lui che, giovanissimo, aveva chiesto al Kaiser di essere arruolato nell’esercito prussiano, visto che la Vienna inospitale aveva disprezzato la sua arte di acquarellista. Lui, che aveva lasciato Braunau sull’Inn, perché dentro, come un tarlo, lo rodeva la voglia smisurata di “cambiare la società: cambiare tutto”. Qualsiasi cosa, ma mai diventare un impiegato. Ed eccolo lì il caporale senza futuro apparente, che ai suoi camerati bendati, accecati e storpi aveva gridato “no dolore, ma riscatto!”. Vendicare Versailles (il Trattato di capitolazione dell’Austria e della Germania) prima ancora di Versailles. Ma, a volte, occorre aspettare anche molto a lungo per trovare le parole per dirlo.

Per fare una massa invincibile di quelle vite imbalsamate di lavoratori alla fame, di borghesi sbandati per mancanza di coesione, occorre un socialismo nazionale e tanta energia interna di parole giuste, per portare a ebollizione fino a farla esplodere la caldaia della frustrazione e del risentimento nazionale. Ecco, quindi, che si rende necessario dare all’universo germanico un führer, una guida come il re degli scacchi, dove i vari pezzi possono essere sacrificati, ma non lui, perché significherebbe aver perduto la partita della vita. Vivi cent’anni e non accade nulla, mentre te ne vai in giro a sentire conferenze operaie e di partito, con i soliti discorsi triti che non infiammano gli animi né sedimentano la rivolta, mentre dentro di te monta una rabbia infinita. E invidi tutti quelli, figure inutili e presuntuose, che hanno stampati i loro volti su manifesti, volantini e giornali che ne pubblicizzano la vita politica, mentre tu ti rigonfi d’odio perché nessuno si accorge di te. Poi, finalmente, un giorno ti capita una di quelle conferenze stanche e parolaie, in cui poche dozzine di partecipanti crepano di noia in quella sala angusta, mentre non vedono l’ora di andarsene e di lasciare il solito obolo scarso per finanziare la causa dei lavoratori. Ed è lì, a quel punto, mentre gli oratori salutano che, finalmente, ti alzi e prendi furente la parola, trascinando l’uditorio in un applauso fragoroso, che regala al Partito dei lavoratori centinaia di marchi di contributi volontari. Così come rifarai altre migliaia di volte, richiamando la folla delle grandi occasioni in sale e teatri traboccanti, per finire ad arringare piazze immense di milioni di vite perdute e osannanti, dando loro in pasto il dovere sacro di sterminare una razza immonda, e di ripulire il mondo dalla peste dei regimi plutocratici. Perché, ora sai, per grazia divina ricevuta, come “cambiare la società: cambiare tutto”.

Non volevi morire impiegato (Dio, purtroppo, non ce lo ha concesso!), e sei diventato per questo padrone del mondo, “caro” autore del Mein Kampf! Massini in questa sua rappresentazione è molto più di un medium, andando assai oltre il ventriloquo di una recitazione potente. Il tutto funziona come se l’interprete partorisse per davvero il mostro hitleriano coltivandolo dal di dentro, prima come embrione per poi farlo diventare un individuo adulto attraverso un pathos crescente e disperante. E sempre lì, attentissimo a individuare il punto di convergenza di tutta questa sua fatica, concentrandosi sulla terribile domanda: “Tutto ciò potrebbe di nuovo accadere”? Quelle parole del Mein Kampf sono cenere inerte, ormai sepolta dalla Storia, o celebrano qualcosa di ancora vivo in noi, nascosto da qualche parte, perché insopprimibile come lo è la natura stessa dell’uomo e della specie? La rinascita dell’odio antisemita, viene da chiedersi, è solo la reazione a un governo che si è macchiato di gravi crimini di guerra, o nasconde molto altro sotto quella coltre di vittime innocenti che pur c’è stata?

Qualcuno, da qualche parte, sta di nuovo scrivendo il suo manuale per la supremazia della razza, che passa per lo sterminio di tutte le altre e la conquista del mondo attraverso la forza? Quali saranno, allora, il colore e i simboli inscritti in quella bandiera del “tutto o nulla”, per cui è lecito sacrificare l’intera umanità al raggiungimento di quei fini diabolici? La risposta, per ora, è dispersa nel vento. Bellissimo spettacolo, davvero imperdibile.


di Maurizio Bonanni