lunedì 16 febbraio 2026
“Amore in vecchiaia”, o “Vecchiaia in amore”? Un chiasmo (figura retorica) quindi, per fare cosa? Un film, per esempio, un melodramma tratto dall’opera teatrale di Giuliano Scarpinato, Se non sporca il mio pavimento, a sua volta ispirato a un tragico fatto di cronaca: l’omicidio di un’insegnante di francese alle scuole medie superiori, la 49enne Gloria Rosboch, scomparsa da Castellamonte (Torino) il 13 gennaio 2016 e trovata morta il 19 febbraio successivo in un pozzo a Rivara, uccisa da un suo alunno di cui era diventata l’amante segreta. La vicenda ha svelato una torbida vicenda di manipolazione affettiva, truffa e omicidio premeditato, e i colpevoli sono stati condannati con sentenza definitiva a lunghe pene detentive. E quella storia drammatica è intensamente rivissuta, per l’assoluto sconcerto dei puritani, nel film La gioia (uscito nelle sale italiane il 12 febbraio), per la regia di Nicolangelo Gelormini e la bella interpretazione di Valeria Golino e Jasmine Trinca, interpreti di assoluto valore artistico nel ruolo delle due figure centrali di Gioia, l’insegnante, e Carla, la madre dell’assassino, Alessio Benedetti (Saul Nanni). Lui, il giovane studente e amante della Golino, quest’ultima perfettamente adattata nell’abbigliamento e nelle piccole manie da inguaribile beghina, tutta casa e scuola. Monumento all’integrità e alla professionalità sterilizzata, il suo, destinato a crollare in attimo, quando Alessio le sistema in un gesto inatteso e affettuoso gli spessi occhiali sul naso. È interessante mettere a confronto la visione teatrale di Scarpinato con la trasposizione cinematografica di Gelormini, dato che il primo parla della “forza archetipica dei suoi personaggi”, emersa come un turbine di malvagità da una grigia e deprimente provincia piemontese, fatta di supermarket, tubi catodici (con Gioia che va pazza per gli incontri calcistici della Juventus in diretta tivù) e fughe nei social, come quelle di Alessio Benedetti, uno studente di 17 anni, che ha 12 profili su Facebook e sogna una società di servizi ad Antibes.
Il giovane e tragico protagonista è uno studente per caso, con tanto di fidanzatine scolastiche (per la perduta gelosia di Gioia), renitente alla cultura e ripetente come classe scolastica, che incarna nella perversità cosciente e perseguita la sua profonda e, in un certo senso, tragica disillusione esistenziale, in cui va del tutto perduto il senso della vita. Un giovane uomo sexy e sensuale, Alessio, che si traveste da femminiello nelle ore notturne, mettendo in bella mostra le sue parrucche e il suo corpo nudo, esaltato da una danza erotica che ne fa la preda ambita dei suoi predatori sessuali a pagamento. Nel suo caso, Gelormini traccia una riga netta al di sopra del woke, per cui accetta ciò che il conturbante personaggio ha scelto di essere. Un giovane prostituto, cioè, che ha una storia omoerotica con un depravato parrucchiere per signora, il migliore amico di sua madre Carla: quel demone Cosimo (Francesco Colella) che, oltre a fargli da prosseneta, si renderà complice per amore suo del delitto della povera Gioia. Ed è proprio lei, Carla che, per mero opportunismo, sciocco e stupido, “sa ma non sa” della storia tra il figlio e Cosimo. Perché Alessio, amorale e interessato solo al denaro, coltiva (ricambiato!) nei suoi confronti un evidente rapporto edipico senza veli, soddisfacendo con i suoi guadagni l’ossessione consumeristica della madre, che fatica a pagare l’affitto, ma vuole abiti griffati e vede nel figlio “la cosa migliore che abbia fatto sua vita”. Invece, per Scarpianato, la storia perversa tra Alessio e Gioia riconduce alle Metamorfosi di Ovidio e al mito di Narciso ed Eco, laddove quest’ultima è la ninfa dannata da Afrodite ad amare non corrisposta quel giovinetto perduto nella propria immagine riflessa, fino alla consunzione del proprio corpo. Alessio è l’incarnazione perversa di quell’indistinto Narciso, dalla sessualità fluida, così carico di sogni e poco talento per la vita.
A confronto (spietato) tra di loro sono poste due famiglie disfunzionali: quella monoparentale ed edipica di Alessio; l’altra fortemente matriarcale, in cui anche qui la figura maschile è del tutto assente, a causa di un padre catatonico affetto da Alzheimer, e una madre totalmente anaffettiva verso una figlia-badante zitella, senza altri orizzonti nella vita che un po’ di Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, con la sola prospettiva futura di una pensione senza traumi. Se per Paolo e Francesca “galeotto fu il libro”, per Gioia e Alessio lo fu un passaggio in macchina e la disponibilità dell’insegnante a dare lezioni private di francese al suo svogliato alunno. E lì, in quella stanza di bambola di una tardiva adolescente che mai aveva conosciuto l’amore, che scatta la trappola sessuale di Alessio, mentre si diverte a usare i suoi trucchi sul viso di lei. Una camera antica e sterile, quella di Gioia, la cui precaria privacy è difesa con toni bruschi dalla figlia per arginare l’invadenza materna, in modo che non vi siano occhi indiscreti ad assistere alle sue lezioni, seduta sul letto con il libro aperto, accanto a un Alessio balbettante che ripete senza capirne granché alcuni passaggi di famosi autori francesi.
Da lì si arriva poi al delitto, con Alessio che scompare, dopo aver prosciugato il conto corrente di Gioia con la promessa di un finto investimento immobiliare a Monaco. A cogliere in pieno tutta l’intensità del dramma è la carica di delusione progressiva di Gioia, che consuma da stagionata amante tutte le speranze di un futuro impossibile, lasciata da sola nella sala d’imbarco dell’aeroporto. Ed è lì, in quell’ambiente asettico, con il passare dei minuti che matura, come sabbia che scende lenta nella clessidra, la consapevolezza dell’imbroglio. Nella vana ed emotivamente tempestosa attesa di colui che non verrà, e la dolorosa consapevolezza di un posto in aereo da lasciare libero, dopo l’ultima chiamata per il boarding. Quando Alessio si rifarà vivo per scongiurare una denuncia, dopo che la madre di Gioia ha scoperto l’ammanco, e lei stessa avrà confessato la tresca “con gravidanza” alla sua migliore amica e collega, Gisella (Betti Pedrazzi), sarà proprio la richiesta di restituzione del denaro il prologo per la conclusione del dramma, che vede Gioia “mangiarsi” letteralmente le pagine del libro incriminato.
Prendendo a prestito il titolo di “Sommersi e salvati”, chi si salva davvero in questa storiaccia dantesca? “Nessuno”, come Ulisse alla ricerca di Itaca e del suo bene perduto. Più interessante, però, è provare a dare una risposta su chi sia “Il Polifemo” nella grotta: il Satana occidentale, a detta dell’Islam; o la perdita freudiana del SuperIo?
di Maurizio Bonanni