giovedì 12 febbraio 2026

Nella Seconda metà dell’Ottocento vi fu anche in Italia e direi soprattutto in Italia, una cospicua conversione al wagnerismo. Coloro che restavano fedeli all’opera italiana, addirittura prima del passaggio della scuola napoletana, giacché l’opera lirica l’abbiamo inventata noi, furono disturbati dalla critica a ciò che era l’essenza dell’opera italiana. Il canto, le arie, il canto melodico, l’orchestra certamente esisteva, ma da supporto al canto, che primeggiava. Il canto melodico. Insieme ai francesi e ai russi, ci caratterizzava. Ovviamente, non in maniera assoluta. La Germania aveva avuto musicisti sommi nel canto e nelle arie. Però nell’insieme, all’ingrosso diciamo, noi italiani eravamo melodici, creativi delle arie memorabili. Nell’opera di Richard Wagner, tutto il contrario. Predominava l’armonia, l’orchestrazione e il canto raro, lungaggini estreme di un canto parlato, mentre rumoreggiava l’orchestra che non forgiava motivi, ma onde, onde sonore, sostanziali, cospicue, significative, però non identificabili in motivi, flussi più che altro. Wagner aveva modificato la struttura operistica e la riconduceva pressoché a una forma sinfonica, la musica più del canto.
Poi, intendiamoci, venivano espresse arie e coaguli musicali identificabili, da strabilio, si aveva l’unità tra canto e orchestra che non era seconda ad alcun altro operista. Certo, valutare un’opera da questo punto di vista, in attesa di questi brani, non è il modo migliore di ascoltare un’opera. Diceva ironicamente Gioachino Rossini: ci addormentiamo per parecchio tempo e poi ci svegliamo. È così, almeno per un italiano. Bene precisare. In Wagner, c’è questo flusso oceanico, suoni da ogni parte, avvolgenti, ma troppo insistiti, troppo prolungati e le voci parlano troppo, più che cantare, un parlato cantato che può stancare, è la cosiddetta musica infinita. Poi, dopo questa insopportabilità, esplode, letteralmente, una musica che, accennavo, coniuga la melodia cantata con la melodia dell’orchestra. E Wagner diventa tra i massimi compositori della storia della musica.
Ma è modo, questo, per valutare un’opera? Per un tedesco questo parlato cantato dovrebbe essere espressivo, o viene ritenuto espressivo. Anche la fluenza ondosa da cui ogni tanto escono voci come da fondali marini, dovrebbe essere apprezzata. E nasce lo scontro con gli italiani, di solito fedeli alle arie. Ascolto il Rigoletto verdiano. Effettivamente, l’orchestra non c’è, sembra quasi un accompagnamento chitarristico. Hanno ragione i tedeschi? Mi desolo. Che perfino Verdi risulti deludente, è mortale. Rigoletto parla, anzi canta alla governante della casa, che ne tutela l’amatissima figlia: Bada, donna questo fior, e vi è un impeto dolentissimo di padre deforme, umiliato. Ha soltanto la figlia come riscatto umano, da occultare qualsiasi riserva sulle chitarrate accompagnative di Verdi. Una verità di passioni, che solo il canto oltretutto può manifestare con tale realismo da sgominare la disputa sulle arie e sull’orchestrazione. Ecco Verdi: la gamma delle passioni. È un onnicomprendente manifestatore espressivo di tutti i possibili sentimenti umani. Violetta scoppia, esplode nella richiesta di amore da parte di Alfredo: Amami, Alfredo!, e quando canta gridando Amami, Alfredo!, sentiamo a nostra volta che quello è il grido dell’amore. Filippo II teme che la consorte non lo ami: Ella giammai m’amò, l’ascoltatore, dai suoni, dal motivo, dalle parole ovviamente, sente lo sconforto di Filippo II.
Quando Radames vuole esaltare l’amore con Aida e canta Se quel guerriero io fossi, volontà per donare alla donna amata in riconoscenza di essere amato, sì, proprio, amando essere amato.... E perfino Macbeth, a sapere la morte della consorte, ha ferita dolorosa appropriata. Otello, dopo aver ucciso l’innocentissima Desdemona, scoprendo l’errore, si strazia al modo confacente. Verdi ha la capacità di rendere nel canto tutti i sentimenti, tutte le passioni, l’ascoltatore si appropria di questi sentimenti e risente in sé quel che sente. Si riumanizza. Si può discutere quanto si vuole, ma, finché l’uomo resterà uomo sensibile, queste forme espressive, che sono tipicamente italiane, francesi e russe – dico per sottolineare la specificità rispetto ad altri Paesi, ad esempio i tedeschi, sono irraggiungibili nella musica concettuale – sicché, finché l’uomo resterà con una risonanza interiore, Verdi rimarrà negli uomini. È il musicista dei sentimenti, delle passioni, dei personaggi. A 125 anni dalla morte? Volevo dire: dalla morte vivente di Giuseppe Verdi! Una aggiunta curiosa. Friedrich Nietzsche non gradiva al centesimo Verdi, aveva stimato Wagner per disistimarlo in seguito con ragioni filosofiche, e si era incapricciato alla selvaggia Carmen di Georges Bizet come opera vitalistica. Comunicava a Peter Gast, musicista, e devotissimo a Nietzsche, le opinioni sulle arie di Verdi, tanto spregiate. Gast osava dichiarare: ma bisogna averla la capacità di inventarle!
Rigoletto entra in scena, gli hanno rapito l’amatissima figlia, ma vuole nascondere il dolore e l’evento. Entra, vede i signori, i padroni, coloro per i quali deve compiere rigolettate buffonesche, e canticchia: lalà, lalà, lalà, dove l’hanno nascosta. Poi decide di chiedere: Ah! Ebben, piango… Marullo... Signore, Tu ch’hai l’alma gentil come il core, Dimmi tu ove l’hanno nascosta? È là... non è vero?… Tu taci... ahimè! E lo ripete indicando come a darsi certezza che la figlia è nel palazzo. Nietzsche è il coraggioso tragico antinichilista in epoca che giudicava nichilista per la sparizione delle aristocrazie espressive senza illusioni metafisiche. Ecco Verdi, un credente nelle passioni del vivere nella terra! E soltanto il tragico estremizza la vita! Non capisco perché al tragico Nietzsche sconveniva il tragico Verdi. Non credo abbia ascoltato la Messa da Requiem di Verdi, in ogni caso non ne ho giudizio. Sarebbe spiacevolissimo se dichiarasse giudizio avverso. Quando si stima, e Nietzsche va stimato nel suo antinichilismo tragico del tutto umano. Abbiamo soltanto questa terra, avvinciamoci a essa, viviamola all’estremo, ossia tragicamente, non ponendo sostegni o negandola perché esiste il male. La vita racchiude il male e il bene. Potente volontà di vivere. Friedrich Nietzsche? Sì. Ma anche Giuseppe Verdi.
(*) La foto è una riproduzione del dipinto di Daniel Schinasi dedicato a Giuseppe Verdi
di Antonio Saccà