L’impetuoso equilibrio di Lorenzo Viotti

lunedì 9 febbraio 2026


In un romantico viaggio onirico tra impetuosi e appassionati picchi tonali e discese liriche di melanconiche melodie, crogiolandomi fra le onde sonore di un’opera magistrale per quanto complessa, mi sono perso per tutti i circa quarantotto minuti di tempo senza tempo, sospeso in un limbo ispirato da Febo, fino a sfiorare l’Olimpo, in una sinfonia quinta solo di numero ma tra le prime per l’estasi musicale che genera.

In sostanza, si tratta del concerto dello scorso sabato 7 febbraio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che ha offerto al pubblico una delle pagine più celebri e insieme più insidiose del grande repertorio sinfonico ottocentesco, ossia la Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, affidata alla direzione del trentacinquenne Lorenzo Viotti.

L’attesa era palpabile, non solo per la popolarità del brano, ma per la crescente statura interpretativa del giovane direttore, chiamato a confrontarsi con un capolavoro che vive sul sottile equilibrio tra tensione tragica, slancio lirico e retorica del destino.

Infatti, fin dalle prime battute al primo movimento (“Andante, Allegro con anima”), Viotti ha scelto una linea interpretativa chiara, quella di restituire l’unità ciclica della sinfonia, evidenziando la presenza ossessiva del tema del destino senza indulgere in eccessi sentimentali. L’introduzione affidata ai clarinetti è emersa con un timbro scuro e compatto, quasi severo, sostenuto da un fraseggio controllato e da un tempo meditativo, che ha subito delineato un clima di ineluttabilità. Invero, il gesto di Viotti, ampio ma preciso, ha modellato con cura le dinamiche, evitando l’enfasi plateale e puntando invece su una costruzione progressiva della tensione.

Quando “l’Allegro con anima” ha preso avvio, l’orchestra ha risposto con coesione e brillantezza, in particolare gli archi hanno offerto un suono compatto e vibrante, capace di sostenere l’ampio arco melodico senza cedere alla tentazione di un rubato eccessivo nel loro fraseggio sinfonico.

L’energia ritmica è stata incalzante ma mai convulsa e il direttore ha saputo mantenere un equilibrio convincente tra i diversi piani sonori, permettendo alle linee interne di emergere con chiarezza. Infatti, notevole è stata la gestione dei crescendo, costruiti con pazienza e senso architettonico, fino agli scoppi orchestrali, che non sono mai apparsi gridati ma sempre inseriti in un disegno coerente.

Il secondo movimento (“Andante cantabile, con alcuna licenza”) rappresenta il cuore emotivo della sinfonia, in cui Viotti ha dato prova di una sensibilità particolarmente raffinata. Il celebre assolo di corno iniziale è stato eseguito con un suono caldo e avvolgente, sostenuto da un accompagnamento morbido degli archi, che hanno saputo creare un tappeto sonoro di grande intensità espressiva. Il tempo scelto, leggermente sostenuto, ha evitato ogni rischio di languore eccessivo, conferendo al movimento un carattere di nobile malinconia piuttosto che di abbandono patetico.

L’ingresso del tema del destino, che irrompe a interrompere l’idillio lirico, è stato reso con un contrasto netto ma non brutale, in quanto Viotti ha sottolineato il carattere minaccioso della figura tematica senza alterare l’equilibrio complessivo, mantenendo un controllo rigoroso delle dinamiche. Inoltre, particolarmente riuscita è stata la gestione delle transizioni, in cui il direttore ha saputo evitare fratture, garantendo continuità narrativa e una tensione costante fino alla chiusa, sospesa e quasi interrogativa.

Il terzo movimento Valse (“Allegro moderato”), spesso interpretato come momento di alleggerimento, è stato affrontato con elegante ironia. Infatti, Viotti ha scelto un tempo scorrevole, che ha messo in luce il carattere ambiguo di questa danza, sospesa tra grazia salottiera e inquietudine sotterranea. Gli archi hanno cesellato con precisione le figurazioni leggere, mentre i legni hanno colorato con finezza i passaggi più delicati. La scelta di non enfatizzare eccessivamente il lato brillante del valzer ha permesso di coglierne le sfumature più sottili, lasciando emergere quella vena di inquietudine che prefigura il ritorno del tema fatale. Il breve riaffiorare del motivo del destino, insinuato tra le pieghe della danza, è stato reso con una sottile ombreggiatura timbrica, quasi un presagio che attraversa la superficie elegante del movimento.

Il finale (“l’Andante maestoso, l’Allegro vivace”) ha rappresentato il banco di prova decisivo per l’impianto interpretativo complessivo. L’introduzione maestosa, in mi maggiore, è stata resa con solennità controllata, evitando trionfalismi retorici e puntando piuttosto su una luminosità piena ma non abbagliante. Viotti ha scelto di non accelerare eccessivamente l’Allegro vivace, privilegiando la chiarezza delle articolazioni e la definizione dei contrasti tematici. L’orchestra ha risposto con compattezza e slancio, mostrando una notevole disciplina soprattutto nei passaggi più virtuosistici. La sezione degli ottoni, spesso determinante in questo movimento, ha offerto interventi potenti ma ben integrati nel tessuto orchestrale, senza mai coprire gli archi o i legni. La costruzione della grande perorazione conclusiva è stata condotta con senso teatrale ma anche con rigore strutturale, il ritorno trionfante del tema del destino è apparso meno come un’esplosione enfatica e più come il compimento logico di un percorso, quasi una vittoria conquistata attraverso il conflitto e la sofferenza.

In questo senso, la lettura di Viotti si è distinta per coerenza e maturità, perché la Quinta di Čajkovskij è emersa non come una sequenza di episodi emotivamente sovraccarichi, ma come un organismo unitario, attraversato da un filo conduttore riconoscibile e ben governato.

Il pubblico romano dell’Auditorium ha accolto l’esecuzione con un entusiasmo caloroso e prolungato, segno di un coinvolgimento autentico, dimostrando tutta la sua grande riconoscenza per aver assistito a un’eccelsa prestazione di alto profilo concertistico. Ciò che ha colpito maggiormente è stata la capacità del direttore di coniugare passione e controllo, evitando sia l’eccesso sentimentalistico sia una lettura eccessivamente analitica, nonostante la sua giovane età.

In un repertorio che rischia talvolta di scivolare nella retorica, Viotti ha scelto la via della chiarezza formale e della tensione interna, offrendo un’interpretazione intensa ma controllata, capace di restituire tutta la complessità emotiva della partitura senza tradirne l’equilibrio strutturale.

Al postutto, la serata del 7 febbraio si è così imposta come un momento di alto profilo musicale, in cui la Sinfonia n. 5 di Čajkovskij ha trovato una voce interpretativa consapevole, energica e profondamente rispettosa del testo, confermando Lorenzo Viotti come uno dei direttori più interessanti della sua generazione, con l’impetuoso equilibrio della sua sorprendente e matura direzione sinfonica.


di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno