“Nel nome di Pietro”

venerdì 3 marzo 2017


Una gran bella storia di Francesca e Francesco. “Pr” lei, Papa lui. Allieva non omologata della potentissima contessa romana Marisa Pinto Olori del Poggio, la prima; vittima dei peccati curiali di millenaria resilienza, il secondo.

Leggendo l’interessante libro autobiografico “Nel nome di Pietro” (Sperling & Kupfer) di Francesca Immacolata Chaouqui (nome marocchino per una bellissima neomamma calabrese d’Italia), viene perlomeno da chiedersi: “Il Diavolo abita dunque nella casa di Dio?”. Sì, certo, e il suo nome maledetto è “Denaro”. Dai simoniaci delle origini ai “Banchieri di Dio” dei tempi più recenti. Per finire alle sentine maleodoranti e infami dei rimborsi quasi miliardari in dollari, riconosciuti alle vittime innocenti (bambini e adolescenti) dei preti pedofili americani, coperti dalle più alte gerarchie cattoliche, come documentato nel film di denuncia “Il caso Spotlight”. Nessun condimento piccante nel testo, ma moltissimo veleno curiale, distillato da personaggi insospettabili. Laddove i conventi sono “conventicole”, e il plurale si coniuga al singolare mentre l’interesse collettivo muore nei nodi scorsoi di quello particolare e delle sue multiformi deformità. Dove un Papa arroccato nel minuscolo ridotto di Santa Marta è assediato malgrado lui da chi, nel fondo dell’animo suo, prega per la sua rinuncia o dipartita. Del resto un gesuita francescano non è, forse, una contraddizione in termini?

Un’avventura umana finita male. Quella, cioè, di una giovane donna che aveva sfidato i semidei dei pregiudizi indomabili; quelli che prima del corpo vivisezionano l’anima, stravolgendola con mille operazioni chirurgiche proditorie, sottili e imprevedibili.

“Nel nome di Pietro” rappresenta l’Ingenuità incatenata alla colonna centrale del Tempio; trafitta da mille strali e abbandonata esangue al vento tempestoso dell’oltraggio e dello scandalo, solo per aver creduto nella redenzione dettata dall’intelligenza vigile e cosciente di chi ancora intende dare seguito, con tutte le sue forze, allo straordinario messaggio evangelico del valore unico della povertà e del servizio verso gli ultimi della Terra. Perché per molti togati l’ambizione alla porpora e al puro esercizio del potere (ancora oggi i cardinali prendono il posto alla destra dei più autorevoli padroni di casa nelle feste mondane e nei ricevimenti ufficiali!) è surrogato totale, implacabile della sensualità, del piacere terreno che fa della donna e dell’uomo gli eredi predestinati del fu Paradiso Terrestre.

Il libro testimonianza della Chaouqui è un possente grido di dolore per la morte del collettivo, della responsabilità collegiale condivisa che, invece di atteggiarsi a un’orchestra improntata alla rigorosa costruzione ed esecuzione di un’armonia sinfonica perfetta tra strumenti diversi e antagonisti, si fa complotto, disunione, trama infida in cui ogni membro opera a propri fini e interessi, smarrendo volontariamente il senso comune, fino all’abbandono della mission assegnata all’intero gruppo dall’erede di Pietro, capo supremo della Chiesa di Roma!

Questa e non altra è l’avventura miserrima della Cosea, la Commissione papale incaricata di formulare proposte concrete per la gestione e il risanamento delle finanze vaticane. Un utile esercizio di sperimentazione del potere reale, in cui si scopre, in fondo, la cosa da tutti da sempre conosciuta: l’opera del Diavolo sta nella negazione della trasparenza, nell’assoluta compartimentazione del segreto indicibile, custodito in carte ingiallite e corrose dal tempo, sepolto in archivi polverosi e silenti, per sottrarre il fatto e il reo al giudizio di Dio e degli uomini. Perché, ben lo sappiamo, il Diavolo come i corvi si nutre del Segreto! E il Vaticano, quello concreto, degli Uffici, delle Prefetture e dei Dipartimenti, oltre che alle cifre scandalose necessarie al suo funzionamento terreno, è un’immensa gabbia metallica di bilancieri: se muovi un braccio, tutti gli altri reagiscono di conseguenza, provocando reazioni a catena. Quindi, la regola è l’immobilismo: non perturbare le cose che da secoli stanno in quiete, perché una mano lava l’altra e tutte e due sprofondano nelle borse capienti di denaro venuto su non si sa bene come, speso nella più totale discrezionalità e mancanza di controllo per commesse, acquisti e benefit che nulla hanno a che vedere con la salvezza e il benessere dei poveri, degli esclusi e degli emarginati.

Provare dolore vero nel leggere un libro non è cosa scontata, di tutti i giorni. Bensì un’esperienza attiva, vissuta attraverso i ricordi autobiografici della protagonista, che trapassano gli spessi strati di indifferenza e cinismo in cui ci avvolgiamo, giorno dopo giorno, per resistere al mare nero che ci circonda.


di Maurizio Bonanni