Riforme istituzionali e crisi della politica

sabato 7 luglio 2012


In una sua intervista, rilasciata nei giorni scorsi, il Capo dello stato Giorgio Napolitano ha commentato in modo positivo e favorevole la proposta, avanzata dal senatore Marcello Pera, di dare vita ad una Assemblea costituente, per approvare le riforme costituzionali, di cui da molti anni si discute.

Su questo tema il confronto tra le forze politiche è durato molti anni, sono state istituite diverse commissioni parlamentari, come quella presieduta alla metà degli anni novanta da Massimo D’Alema, senza che, alla fine, malgrado fossero state elaborate proposte assai innovative, si sia riusciti ad avviare un processo di cambiamento con cui ridefinire sia la forma di governo sia la forma dello stato. Pera, autorevole politico dalla specchiata moralità e studioso delle dottrine politiche, ha illustrato al capo dello stato la sua proposta di legge, volta a rendere possibile la elezione da parte dei cittadini di una assemblea costituente, a cui assegnare il compito di individuare ed approvare le riforme costituzionali. In tal modo verrebbe scongiurato il rischio che, come molte volte è avvenuto nel passato, le forze politiche, anteponendo i loro legittimi interessi particolari a quello generale, finiscano per paralizzare il processo decisionale, impedendo la approvazione delle riforme costituzionali.

Inoltre, per Pera, che su questo punto ha maturato una sua personale convinzione culturale, non vi è soltanto la esigenza di modificare la seconda parte della carta costituzionale, relativa alla architettura istituzionale dello stato ed alla forma di governo, ma anche la prima, poiché venne concepita ed approvata all’indomani della seconda guerra mondiale, in un contesto storico e culturale molto diverso da quello del nostro tempo. Nella assemblea costituente, eletta dopo la fine della seconda guerra mondiale, erano rappresentate forze politiche che esprimevano culture, oggi giustamente considerate  superate e, oramai, legate al secolo scorso. Il testo costituzionale, che ha consentito di radicare la democrazia nella coscienza civile del nostro paese, nacque e venne disegnato in seguito ad un ampio confronto culturale che vi fu all’epoca tra i cattolici, i liberali, i comunisti, i socialisti e gli esponenti del riformismo di matrice azionista. Secondo il giudizio di Pera, questo fatto storico innegabile spiega perché anche la prima parte della costituzione, visto che siamo nell’era della globalizzazione dei mercati e in Europa gli stati nazionali sono chiamati a fronteggiare problemi inediti e nuovi, deve essere sottoposta ad una revisione radicale. Su questa proposta, che ha il merito di indicare una via d’uscita dalla paralisi decisionale in cui sembrano precipitate le forze politiche, sempre più screditate dinanzi ad una pubblica opinione indignata e distaccata dalla politica, è intervenuto, con una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 5 luglio Luciano Violante.

Secondo il giudizio di Violante, pur essendoci la necessità di favorire un processo di revisione della carta costituzionale, non è opportuno fare eleggere una assemblea costituente, poiché questo fatto presuppone la idea che sia necessario riscrivere interamente la carta costituzionale. Per Violante, la prima parte della carta costituzionale, relativa ai diritti fondamentali del cittadino ed ai principi e valori si cui si basa la convivenza civile del nostro paese, deve rimanere immutata, giacché conserva, malgrado siano trascorsi sessanta anni dalla sua approvazione, immutato il suo valore giuridico e culturale, secondo la concezione della norma fondamentale elaborata da Hans Kelsen. Diversamente, per evitare che sorgano conflitti di attribuzione tra il potere costituente del parlamento e quello di una eventuale assemblea costituente, per Violante è necessario istituire ed eleggere una commissione esterna, a cui assegnare un compito redigente, sicchè possa individuare le riforme, su cui il Parlamento nella prossima legislatura sia chiamato a pronunciarsi, decidendo se approvarle o respingerle.

In ogni caso, anche questa proposta dell’onorevole Violante, diversa da quella di Pera, mira a favorire un cambiamento istituzionale che non appare più rinviabile. In questo momento, mentre il governo dei tecnici prosegue l’azione riformatrice per razionalizzare la spesa pubblica ed introdurre le riforme che l’Europa considera essenziali per superare la crisi economica, si ritorna con insistenza a parlare della necessità di approvare una nuova legge elettorale. I partiti che sostengono il governo Monti, destinato oramai a durare fono alla fine della legislatura che si concluderà nel 2013, hanno la consapevolezza che occorre approvare una nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e il governo, conciliando, in tal modo, il principio della rappresentanza democratica con quello della responsabilità politica. Infatti è impensabile avere in futuro un parlamento composto da politici scelti dalle segreterie dei partiti ed un governo dilaniato da conflitti che ne minino la stabilità e la coesione, come molte volte è accaduto con le coalizioni di governo espresse dai due schieramenti, durante la seconda repubblica.

Come giustamente osservava Corrado Stajano in un suo pregevole commento apparso sul Corriere della Sera, all’origine della antipolitica, vituperata e disprezzata da quanti ritengono che non sia adeguata a modernizzare il sistema politico ed il paese, vi è lo sconsiderato atteggiamento della forze politiche presenti nelle istituzioni, ancorate nella difesa dei propri privilegi ed incapaci di cogliere ed interpretare la volontà popolare e ciò che i cittadini desiderano. Nel nostro paese vi è la necessità di ricreare un clima di fiducia tra le istituzioni e la società civile, contrastando la corruzione, favorendo il rinnovamento dei partiti, radicando le virtù di un moderno civismo nella coscienza collettiva della nostra società, mediante una stagione di riforme costituzionali, che si spera siano approvate senza più inaccettabili rinvii e esitazioni. Soltanto in questa maniera l’antipolitica verrà alla radice eliminata e non vi sarà spazio nella vita pubblica per  le diverse forme di populismo, che, come quello del movimento cinque stelle di Grillo, si limitano a una sterile contestazione, senza avere un programma valido da proporre ai cittadini.


di Giuseppe Talarico